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SETI@home: come il calcolo distribuito ha rivoluzionato la ricerca extraterrestre

Per oltre vent’anni, tra il 1999 e il 2020, milioni di persone hanno partecipato – spesso senza rendersene conto – a una delle più ambiziose esplorazioni scientifiche mai tentate dall’umanità. Di notte, mentre il computer di casa sembrava dormire, in realtà ascoltava il cosmo. Era il progetto SETI@home, un’idea visionaria che ha trasformato milioni di PC domestici in una gigantesca rete planetaria di ascolto alla ricerca di intelligenze extraterrestri.

I dati arrivavano dal leggendario radiotelescopio di Arecibo Observatory, a Porto Rico: un’enorme “antenna” rivolta verso il cielo, capace di captare debolissimi sussurri radio provenienti da stelle lontane centinaia o migliaia di anni luce.

Un supercomputer fatto di persone

L’intuizione era semplice e geniale. Alla fine degli anni Novanta, l’accesso ai supercomputer era limitato e costoso. Così un gruppo di ricercatori della University of California, Berkeley decise di spezzettare i dati astronomici in milioni di piccoli pacchetti, affidandoli ai computer dei volontari sparsi in tutto il mondo.

Ogni PC analizzava una minuscola porzione di cielo, cercando schemi sospetti: segnali troppo regolari, troppo “artificiali” per essere naturali. Quella che doveva essere una comunità di 50.000 appassionati esplose rapidamente, arrivando a coinvolgere milioni di utenti e diventando, di fatto, uno dei più grandi supercomputer mai esistiti, costruito non con silicio e cavi, ma con entusiasmo e curiosità umana.

Miliardi di indizi, pochissimi sospetti

Il risultato di questa colossale impresa è stato impressionante: oltre 12 miliardi di rilevamenti, piccoli “blip” di energia radio provenienti da punti specifici del cielo. Ma l’universo non è silenzioso. Satelliti, radar, trasmissioni televisive e perfino forni a microonde producono interferenze che possono imitare un segnale alieno.

Separare un possibile messaggio extraterrestre dal rumore terrestre è stato come cercare una voce sussurrata in mezzo a una folla in festa. Dopo anni di filtri sempre più sofisticati e analisi condotte anche con i supercomputer del Max Planck Institute, la montagna di dati è stata ridotta prima a un milione di candidati e infine a 100 segnali particolarmente promettenti.

Oggi questi “finalisti cosmici” sono di nuovo sotto osservazione grazie al radiotelescopio FAST in Cina, il più grande e sensibile del mondo, capace di scrutare il cielo con una precisione impensabile all’epoca di Arecibo.

L’arte di non farsi ingannare

Un rischio enorme di questo tipo di ricerca è il cosiddetto falso positivo: credere di aver trovato qualcosa di straordinario quando in realtà si tratta di un disturbo banale. Per evitare errori clamorosi, gli scienziati hanno adottato una strategia elegante e quasi ludica: hanno inserito di nascosto nei dati circa 3.000 segnali artificiali, soprannominati birdies.

Analizzando tutto “alla cieca”, senza sapere quali segnali fossero reali e quali finti, il team ha potuto misurare con precisione l’efficacia dei propri algoritmi. Un test spietato, ma fondamentale per capire quanto la rete di computer fosse davvero capace di riconoscere un autentico messaggio alieno.

Anche senza una prova definitiva di civiltà extraterrestri, SETI@home ha lasciato un’eredità immensa. Dal progetto è nata BOINC, una piattaforma di calcolo distribuito che oggi viene usata per studiare il ripiegamento delle proteine, le pulsar, il clima e persino le collisioni di particelle al CERN.

Come ha spesso ricordato Eric Korpela, direttore scientifico del progetto, non è affatto escluso che il segnale giusto sia già stato registrato nei primi anni Duemila, nascosto tra i dati e sfuggito per limiti tecnologici dell’epoca. Forse è lì, in attesa di nuovi algoritmi, nuovi occhi e nuove idee.

La caccia agli alieni, in fondo, non è solo una ricerca di altri mondi intelligenti. È anche un modo per riscoprire cosa siamo capaci di fare quando milioni di persone, armate solo di curiosità e di un vecchio PC, decidono di ascoltare insieme il silenzio delle stelle.

Stefano Camilloni

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