Nel cuore della Via Lattea esiste una gigantesca nube molecolare che potrebbe diventare uno dei laboratori naturali più importanti per comprendere come nasce la complessità chimica nello spazio. Gli astronomi hanno identificato al suo interno più di 120 specie molecolari differenti, comprese diverse sostanze considerate di interesse prebiotico, cioè legate ai processi chimici che possono precedere la comparsa della vita.
La nube si chiama G+0.633-0.0604, abbreviata in G+0.633, e si trova nel complesso molecolare Sagittarius B2, una delle regioni più ricche e turbolente nei pressi del centro galattico. Lo studio è stato coordinato da David San Andrés del Centro de Astrobiología di Madrid insieme a un gruppo internazionale di ricercatori ed è stato pubblicato come preprint su arXiv nell’agosto 2026.
La scoperta è particolarmente interessante perché G+0.633 presenta caratteristiche quasi identiche a quelle di un’altra nube già famosa tra gli astrochimici, G+0.693-0.027. Quest’ultima contiene circa il 40% delle specie molecolari finora individuate nello spazio interstellare e negli ultimi anni è diventata uno dei luoghi privilegiati per la ricerca delle molecole organiche complesse. La nuova nube rappresenta, secondo gli autori, il primo vero e proprio “gemello astrochimico” di G+0.693.
Gli ingredienti chimici della vita nello spazio
Tra le oltre 120 specie identificate in G+0.633 sono presenti tutti e sei gli elementi considerati fondamentali per la biochimica terrestre: carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto, fosforo e zolfo. È stato individuato anche il benzonitrile, una molecola aromatica contenente un anello di carbonio.
Ancora più interessanti sono alcune molecole che sulla Terra sono associate, direttamente o indirettamente, ai principali componenti delle cellule.
Tra queste c’è l’etanolammina, osservata per la seconda volta nello spazio interstellare. Sulla Terra l’etanolammina è una componente comune delle “teste” idrofile dei fosfolipidi, molecole fondamentali nella costruzione delle membrane cellulari.
Gli astronomi hanno inoltre rilevato la sp-glicolammide, un isomero strutturale della glicina, uno degli amminoacidi più semplici. Anche in questo caso si tratta soltanto della seconda identificazione interstellare considerata inequivocabile.
La nube contiene inoltre tutti e tre gli isomeri della cianometanimina, molecole particolarmente interessanti perché possono partecipare a percorsi chimici in grado di condurre alla formazione dell’adenina. Quest’ultima è una delle basi azotate presenti sia nel DNA sia nell’RNA.
Questo naturalmente non significa che nella nube sia stata scoperta vita, né che siano stati trovati DNA, RNA o cellule. Il risultato mostra piuttosto che alcune delle molecole che possono contribuire alla chimica necessaria alla vita sono in grado di formarsi spontaneamente anche nell’ambiente interstellare, molto prima della nascita di pianeti abitabili.
Il ruolo degli “shock” cosmici
Ma perché proprio queste nubi sono così ricche di molecole?
Una possibile risposta arriva dalle condizioni fisiche della regione. G+0.633 sembra essere attraversata da onde d’urto relativamente lente, probabilmente collegate alle collisioni tra grandi masse di gas nel complesso Sagittarius B2.
Nelle nubi interstellari, molte molecole si formano o rimangono intrappolate nei sottilissimi strati di ghiaccio che ricoprono i granelli di polvere cosmica. Quando un’onda d’urto attraversa la nube, può liberare parte di queste sostanze dal ghiaccio e immetterle nel gas circostante. A quel punto le molecole diventano molto più facilmente osservabili dai radiotelescopi.
Per studiare G+0.633 gli astronomi hanno infatti utilizzato osservazioni radio effettuate con diversi strumenti, tra cui il radiotelescopio Yebes da 40 metri in Spagna, IRAM da 30 metri e APEX in Cile, analizzando un’ampia porzione dello spettro elettromagnetico alla ricerca delle caratteristiche “impronte digitali” lasciate dalle diverse molecole.
La nuova nube offre inoltre un vantaggio importante: le sue linee spettrali sono circa due volte più strette rispetto a quelle osservate in G+0.693. Questo riduce la sovrapposizione tra i segnali prodotti dalle differenti molecole e permette quindi agli astronomi di identificare specie ancora più rare e complesse con maggiore sicurezza.
La chimica prebiotica potrebbe non essere un’eccezione
La presenza di due nubi con composizioni chimiche così simili cambia anche il modo in cui gli scienziati interpretano G+0.693. Finora era possibile pensare che la sua straordinaria ricchezza molecolare fosse il risultato di condizioni particolarissime e difficili da riprodurre altrove.
La scoperta del suo “gemello” G+0.633 suggerisce invece che una chimica interstellare estremamente complessa possa svilupparsi in maniera relativamente naturale quando esistono determinate condizioni fisiche, in particolare la presenza di onde d’urto capaci di liberare le molecole accumulate sui grani di polvere. Le abbondanze delle diverse famiglie molecolari nelle due nubi mostrano infatti forti correlazioni, indicando che potrebbero avere attraversato storie chimiche simili.
La questione riguarda direttamente uno dei grandi interrogativi dell’astrobiologia: quanto sono comuni nell’Universo gli ingredienti chimici necessari alla vita?
Le osservazioni degli ultimi anni stanno mostrando che molecole organiche sempre più elaborate possono essere prodotte già nello spazio interstellare. Queste sostanze possono successivamente entrare nelle nubi da cui nascono stelle e sistemi planetari e, almeno in linea teorica, essere incorporate in asteroidi, comete e pianeti.
G+0.633 e G+0.693 diventano così due giganteschi laboratori naturali per ricostruire il percorso che porta dalla semplice chimica dello spazio alla complessità molecolare che precede la biologia. Non è ancora la vita, ma potrebbe essere uno dei primi capitoli della lunga storia chimica che, nelle condizioni giuste, può condurre fino ad essa.
Lo studio originale è The Galactic Centre G+0.633-0.0604 Molecular Cloud: A New Gold Mine for Astrochemistry, disponibile su arXiv; è importante precisare che al momento si tratta di un contributo/preprint legato agli atti dell’IAU Symposium 405.
Stefano Camilloni


