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La fine dell’Universo, una fredda e oscura morte termica? L’ipotesi di Paul Davies

Come avverrà la fine del mondo? L’universo sarà annientato da un’esplosione o si spegnerà a poco a poco? Ed ancora: è possibile immaginare un quadro di quella che potrà essere la realtà dell’universo dopo la conclusione di tutti gli attuali processi fisici?

Passando in rassegna alcune tra le ipotesi della scienza sulla sorte ultima dell’universo, Paul Davies, nel lontano 1994, illustrò nel libro “Gli ultimi tre minuti” gli aspetti fisici di uno dei concetti più suggestivi dell’immaginario dell’umanità: il Giorno del Giudizio, la Fine di Tutto.

Tra le varie possibilità della fine di tutto ipotizzate da Davies in quella di una morte estremamente lenta del cosmo continuerà a esistere, fino alla sua probabile totale estinzione, il residuo che il Big Bang ha lasciato dietro di sè: la radiazione cosmica di fondo, costituita da fotoni, da neutrini e forse da qualche altra particella assolutamente stabile che non conosciamo ancora.

Via via che aumenterà l’espansione dell’universo, l’energia di queste particelle continuerà a diminuire sino a formare uno sfondo del tutto trascurabile. La materia ordinaria dell’universo sarà scomparsa. I buchi neri saranno tutti svaniti. La maggior parte della massa dei buchi neri si sarà trasformata in fotoni, una parte minore di essa in neutrini, e una minuscola frazione – emessa durante l’esplosione finale dei buchi – in elettroni, protoni, neutroni e altre particelle più pesanti. Le particelle più pesanti decadranno rapidamente, lasciando dietro di sé un piccolo numero di elettroni e di positroni che si uniranno a quelli costituenti l’ultimo stadio residuo della materia ordinaria oggi conosciuta.

Paul Charles William Davies, fisico, saggista e divulgatore scientifico inglese.

L’universo del lontanissimo futuro sarà per Davies un miscuglio straordinariamente diluito di fotoni, di neutrini e di un numero decrescente di elettroni e di positroni, i quali, con lentezza, si allontaneranno sempre più gli uni dagli altri. In base a quanto sappiamo oggi – ma non è escluso in futuro – non dovrebbe prodursi alcun altro processo fisico fondamentale. Non dovrebbe verificarsi alcun evento significativo, atto a interrompere la tetra sterilità di un universo che ha compiuto il suo corso e ha dinanzi a sè la prospettiva di una vita eterna (o, sarebbe meglio dire, di una morte eterna).

Questa lugubre immagine – offertaci dalla moderna cosmologia spiega Davies – di qualche cosa di freddo, oscuro e informe, molto simile al nulla, è quella che più si avvicina all’immagine della “morte termica” dell’universo elaborata dalla fisica ottocentesca.
Il tempo che l’universo impiega a degenerare fino a raggiungere lo stato sopra descritto supera qualunque immaginazione umana; eppure, è solo un’infinitesima frazione del tempo infinito che il cosmo ha a disposizione. Come già si è osservato, l’eternità è un tempo molto lungo.

“L’eternità è un tempo molto lungo”

Benché il decadimento dell’universo occupi una durata così vasta, rispetto alle scale temporali umane, da apparirci quasi privo di senso, la gente continua a chiedersi ansiosamente: “Che cosa accadrà ai nostri discendenti? Saranno inevitabilmente condannati da un universo che lentamente, ma inesorabilmente, si chiuderà intorno a loro?” – si chiede Davies. Nelle condizioni, ben poco promettenti, che la scienza preveda per l’universo di quel lontano futuro, ogni forma di vita sembrerebbe destinata alla finale estinzione.

Stefano Primaluce

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