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51 Eridani b, il pianeta nascosto nel bagliore riemerge dai dati di Webb: un “gemello digitale” del telescopio cancella la luce della stella

Rappresentazione artistica del pianeta gigante 51 Eridani b
Immagine: Danielle Futselaar & Franck Marchis, SETI Institute / Wikimedia Commons, CC BY 4.0

Fotografare un pianeta che orbita attorno a un’altra stella è un po’ come cercare di distinguere una lucciola accanto a un faro acceso. Il faro è la stella, milioni di volte più brillante, e la sua luce “sbava” nell’immagine fino a coprire tutto ciò che le sta intorno. Ora un gruppo di astronomi della Northwestern University, negli Stati Uniti, ha trovato un modo nuovo per spegnere, almeno al computer, quel faro: e in dati del telescopio spaziale James Webb vecchi di circa due anni è comparso un pianeta che nessuno, fino a oggi, era riuscito a vedere in quelle immagini.

Il protagonista è 51 Eridani b, un giovane pianeta gigante gassoso che si trova a circa 96 anni luce da noi, nella costellazione dell’Eridano. Il metodo che lo ha fatto riemergere si chiama FLIP (Physics-based Learning for Imaging Planets) ed è descritto in uno studio pubblicato il 4 novembre 2026 sulla rivista Nature. Secondo gli autori, la tecnica rende i pianeti deboli da 2 a 15 volte più facili da rilevare rispetto ai metodi di elaborazione tradizionali.

La notizia conta per due motivi. Il primo è pratico: gli archivi di Webb contengono già moltissime osservazioni di stelle vicine, e un metodo più sensibile può andare a “rileggerle” in cerca di mondi sfuggiti finora. Il secondo guarda più lontano, ai telescopi del futuro che dovranno fotografare pianeti simili alla Terra.

Il problema del bagliore

Nessun telescopio è perfetto. Anche nello spazio, la luce di una stella non finisce in un singolo punto dell’immagine, ma si allarga in una figura fatta di aloni, anelli e “raggi” prodotti dagli specchi e dalle strutture interne dello strumento. Gli astronomi la chiamano funzione di diffusione del punto: è, in pratica, la firma ottica del telescopio. Se un pianeta si trova vicino alla sua stella, finisce sommerso in questa figura.

Per ripulire le immagini, di solito si confronta la stella osservata con altre immagini di riferimento, sperando che il bagliore sia lo stesso e si possa sottrarre. Il guaio è che un telescopio non è mai del tutto stabile: piccolissime variazioni nella forma degli specchi o nell’allineamento cambiano la figura da un’osservazione all’altra. Quello che resta dopo la sottrazione è un “rumore” residuo che può nascondere un pianeta o, al contrario, imitarne uno.

Un gemello digitale di Webb

L’idea di FLIP è diversa. Invece di affidarsi a immagini di confronto, il gruppo guidato dal dottorando Rodrigo Ferrer-Chavez, con l’astrofisico Jason Wang del centro CIERA della Northwestern, costruisce una sorta di “gemello digitale” del telescopio: un modello al computer che simula il percorso della luce della stella attraverso tutta l’ottica di Webb. Questo modello contiene milioni di parametri, che vengono regolati finché l’immagine simulata non coincide il più possibile con quella reale. A quel punto il bagliore previsto viene sottratto, e ciò che resta è quello che il modello non può spiegare: per esempio, un pianeta.

Per regolare tutti quei parametri il gruppo ha preso in prestito gli strumenti di ottimizzazione usati per addestrare le intelligenze artificiali. Ma, sottolineano gli autori, l’intelligenza artificiale non viene usata per “decidere” dove sia un pianeta: il cuore del metodo resta un modello fisico del telescopio, basato su leggi ottiche note. È una differenza importante, perché rende il risultato più facile da verificare e meno esposto a falsi segnali.

Il pianeta che mancava all’appello

51 Eridani b non è un pianeta nuovo: era stato scoperto nel 2015 con il Gemini Planet Imager, uno strumento montato su un grande telescopio a terra in Cile. È un mondo giovanissimo, in un sistema che ha circa 20 milioni di anni, ancora caldo per il calore accumulato durante la sua formazione. Proprio per questo è uno dei pochi pianeti che si possono fotografare direttamente.

Webb lo aveva osservato con la sua camera nel vicino infrarosso, NIRCam, usando un filtro centrato attorno a 4,3 micron. A quella lunghezza d’onda, però, l’anidride carbonica presente nell’atmosfera del pianeta assorbe molta luce, e il pianeta appare più debole del solito. Con le tecniche convenzionali il suo segnale non si distingueva dal bagliore residuo della stella. Con FLIP, invece, è emerso chiaramente. «Abbiamo dimostrato che possiamo recuperare un pianeta che prima non si riusciva a vedere», ha spiegato Wang nel comunicato dell’università.

Il gruppo ha messo alla prova il metodo anche su altre due stelle: HIP 65426, che ospita un pianeta già noto, e TYC 5899, attorno alla quale non sono conosciuti compagni. Un controllo utile per capire se la tecnica “inventa” segnali dove non ce ne sono.

Verso i telescopi che cercheranno altre Terre

Il primo passo, annunciano gli autori, sarà applicare FLIP agli archivi di Webb, a caccia di pianeti rimasti nascosti in osservazioni già fatte, e studiare questi mondi a diverse lunghezze d’onda per capire meglio la composizione delle loro atmosfere.

Ma la prospettiva più ambiziosa riguarda il futuro. La NASA sta progettando l’Habitable Worlds Observatory, un telescopio pensato per fotografare pianeti simili alla Terra attorno a stelle come il Sole: un’impresa che richiede di separare un puntino di luce dieci miliardi di volte più debole della sua stella. Finora si è sempre pensato che servisse una stabilità ottica estrema, difficilissima e costosa da ottenere. Un approccio come FLIP suggerisce una strada complementare: invece di pretendere un telescopio perfetto, imparare a correggere con precisione le sue imperfezioni. Resta da capire fino a che punto il metodo possa spingersi, ma il messaggio è chiaro: nei dati che abbiamo già potrebbero nascondersi più mondi di quanti ne abbiamo contati.

Stefano Camilloni


Riferimento scientifico: Ferrer-Chavez R., Wang J. et al., Imaging exoplanets below the telescope stability limit, Nature (2026).

DOI: https://doi.org/10.1038/s41586-026-11213-z

Fonte: Phys.org; comunicato stampa: Northwestern University

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