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Swift, addio al cacciatore di lampi gamma: il telescopio della NASA rientra in atmosfera sopra l’Indonesia dopo quasi 22 anni di esplosioni cosmiche

Illustrazione dell’osservatorio Neil Gehrels Swift della NASA in orbita
Immagine: NASA E/PO, Sonoma State University/Aurore Simonnet / Wikimedia Commons, pubblico dominio

Doveva restare in servizio due anni, ne ha lavorati quasi ventidue. Il 4 novembre 2026 alle 7:39 ora della costa orientale degli Stati Uniti, cioè le 13:39 in Italia, il Neil Gehrels Swift Observatory della NASA è rientrato nell’atmosfera terrestre sopra la regione di Sumatra Settentrionale, in Indonesia, secondo i dati della U.S. Space Force riportati dall’agenzia. La NASA prevedeva che la gran parte del satellite si disintegrasse per l’attrito con l’aria, pur senza escludere che qualche componente potesse sopravvivere fino al suolo.

Con Swift se ne va uno degli strumenti più produttivi dell’astrofisica moderna: un osservatorio progettato per inseguire le esplosioni più potenti dell’Universo, i lampi di raggi gamma, e che negli anni è diventato una sorta di “pronto intervento” del cielo, capace di girarsi in pochi istanti verso qualunque fenomeno improvviso e di avvisare in tempo reale i telescopi di tutto il mondo.

Un osservatorio costruito per la velocità

Swift fu lanciato il 20 novembre 2004 da Cape Canaveral. Il nome, “rapido” in inglese, descriveva la sua caratteristica principale. I lampi gamma durano da frazioni di secondo a qualche minuto: per studiarli bisogna accorgersene subito e puntarli prima che si spengano. A bordo c’erano tre telescopi che lavoravano in squadra. Il Burst Alert Telescope sorvegliava una grande porzione di cielo nei raggi gamma e individuava le esplosioni; a quel punto il satellite ruotava da solo e puntava il telescopio a raggi X e quello ultravioletto e ottico, capaci di localizzare la sorgente con una precisione di pochi secondi d’arco.

L’Italia ha avuto un ruolo di primo piano. Il telescopio a raggi X è stato realizzato dalla Penn State University insieme all’Osservatorio astronomico di Brera, oggi parte dell’INAF, e all’Università di Leicester; la principale stazione di terra era il Centro spaziale Luigi Broglio dell’Agenzia spaziale italiana a Malindi, in Kenya. Nel 2018 la missione è stata dedicata a Neil Gehrels, l’astrofisico della NASA che ne era stato il responsabile scientifico, scomparso l’anno precedente.

Vent’anni di scoperte

Nel 2015 Swift aveva già registrato il suo millesimo lampo gamma. Tra i risultati più celebri c’è GRB 090423, un’esplosione avvenuta circa 13 miliardi di anni fa che per un periodo è stata il fenomeno cosmico più lontano mai osservato: la luce di una stella morta quando l’Universo aveva circa 600 milioni di anni. Swift ha anche localizzato per la prima volta con precisione un lampo gamma “corto”, aprendo la strada a capire che questi eventi nascono dalla fusione di stelle di neutroni.

Quell’intuizione è stata confermata in modo spettacolare nel 2017, quando i rivelatori LIGO e Virgo captarono le onde gravitazionali di due stelle di neutroni in collisione (GW170817). Swift fu tra gli osservatori che misurarono la luce ultravioletta della kilonova prodotta dallo scontro, una fucina in cui si formano elementi pesanti come l’oro e il platino. Nel 2022 ha poi rilevato GRB 221009A, il lampo gamma più brillante mai registrato, soprannominato dagli astronomi “BOAT”, cioè “il più luminoso di sempre”.

Ma Swift non si è limitato ai lampi gamma. Ha colto nel 2008 una supernova nei primissimi istanti dell’esplosione, ha seguito stelle fatte a pezzi dai buchi neri supermassicci, i cosiddetti eventi di distruzione mareale, ha studiato galassie attive, brillamenti stellari, comete e asteroidi. E ha dimostrato quanto valga un satellite agile in un’epoca in cui l’astronomia è sempre più “multimessaggera”, cioè fatta di luce, onde gravitazionali e neutrini osservati insieme.

La lunga caduta e il salvataggio mancato

Il destino di Swift era legato alla sua orbita. Lanciato a circa 600 chilometri di quota, il satellite ha continuato a perdere altezza per l’attrito con gli strati più esterni dell’atmosfera. Questo effetto è diventato più forte negli ultimi anni a causa del massimo del ciclo solare: quando il Sole è più attivo, l’alta atmosfera si scalda e si espande, frenando di più i satelliti in orbita bassa.

Per evitare la fine, nel settembre 2025 la NASA aveva affidato alla società Katalyst Space Technologies un contratto da circa 30 milioni di dollari per una missione di soccorso: un veicolo robotico, chiamato LINK, avrebbe dovuto agganciare Swift e spingerlo più in alto. LINK è partito il 3 luglio 2026, ma il 19 agosto la NASA e Katalyst hanno annunciato che problemi al controllo d’assetto gli impedivano di raggiungere l’osservatorio. A fine ottobre la NASA ha chiuso ufficialmente la missione scientifica, in vista del rientro.

Che cosa resta

La caduta di Swift lascia un vuoto: pochi strumenti oggi uniscono un campo di vista così ampio alla capacità di puntare in pochi minuti una sorgente appena accesa. Altre missioni, come il satellite Fermi della NASA o Einstein Probe, guidato dalla Cina con partecipazione europea, continuano a sorvegliare il cielo ad alta energia, ma ognuna con caratteristiche diverse. Restano però gli archivi: oltre vent’anni di dati pubblici su cui gli astronomi continueranno a lavorare a lungo. E resta una lezione, valida per tutte le missioni spaziali: un satellite progettato bene può durare dieci volte più del previsto, ma senza un modo per correggere la sua orbita il tempo, prima o poi, presenta il conto.

Stefano Camilloni


Riferimento: NASA, NASA’s Swift Observatory Re-Entered Atmosphere, NASA Science – Swift Blog (2026).

Fonte: Phys.org; comunicato stampa: NASA Science

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