Tra le semplici prove dell’esistenza della vita e i segnali prodotti da civiltà tecnologicamente avanzate potrebbe esistere un territorio ancora quasi inesplorato. Una nuova proposta invita gli astrobiologi a cercare strumenti, strutture e modificazioni ambientali capaci di rivelare la presenza di una mente, anche in assenza di radiosegnali.
Quando gli astronomi cercano la vita fuori dalla Terra, generalmente seguono due strade. La prima consiste nell’individuare le cosiddette biosignature, vale a dire sostanze o fenomeni che potrebbero essere prodotti da organismi viventi, come particolari combinazioni di ossigeno, metano e altri gas nell’atmosfera di un pianeta.
La seconda strada è quella delle tecnosignature: segnali radio, impulsi laser, inquinanti industriali, satelliti artificiali o gigantesche strutture costruite per raccogliere l’energia di una stella. In altre parole, manifestazioni attribuibili a una civiltà tecnologicamente molto avanzata.
Tra questi due estremi, tuttavia, rimane un enorme spazio vuoto. Un pianeta potrebbe ospitare animali intelligenti, culture complesse o società capaci di modificare profondamente il proprio ambiente senza produrre trasmissioni radio abbastanza potenti da essere rilevate nello spazio.
È proprio in questo territorio intermedio che si colloca il concetto di noosignature, proposto dall’astrobiologa Julia DeMarines in uno studio pubblicato come preprint su arXiv. Il lavoro introduce anche il termine “noosemiotica”, definito come lo studio scientifico delle tracce lasciate dall’intelligenza.
Le impronte lasciate da una mente
Una noosignature può essere descritta come una traccia strutturata lasciata da una mente su un determinato supporto. Può trattarsi di un oggetto fisico, come uno strumento, un’incisione o una costruzione, oppure di un segnale, come una comunicazione codificata o una forma particolarmente complessa di linguaggio animale.
L’elemento fondamentale è che la traccia possa essere riconosciuta come il prodotto di un’intelligenza anche quando il suo significato rimane incomprensibile.
Un esempio terrestre è rappresentato dalle antiche scritture non ancora decifrate. Potremmo non essere in grado di leggere un simbolo, ma la sua struttura, la sua ripetizione e la sua organizzazione ci permettono di escludere che sia stato prodotto casualmente dall’erosione, dal vento o da un processo geologico.
Lo stesso principio potrebbe essere applicato, almeno teoricamente, a un altro pianeta. Non sarebbe necessario comprendere un eventuale messaggio alieno: basterebbe dimostrare che quella configurazione difficilmente può essere spiegata esclusivamente attraverso fenomeni naturali.
Una zona cieca nella ricerca extraterrestre
La storia della Terra mostra quanto possa essere ampia la distanza tra la comparsa della vita e lo sviluppo di una civiltà riconoscibile attraverso le sue tecnologie.
I primi organismi terrestri risalgono a miliardi di anni fa, mentre le trasmissioni radio capaci di propagarsi nello spazio sono comparse soltanto in epoca recentissima. Per quasi tutta la storia del nostro pianeta, quindi, un osservatore extraterrestre non avrebbe rilevato né una Terra priva di vita né una civiltà radiofonica.
Avrebbe osservato un mondo popolato da organismi complessi e, negli ultimi milioni di anni, da esseri capaci di fabbricare strumenti, comunicare, costruire insediamenti e trasformare interi ecosistemi.
Gli strumenti di pietra più antichi conosciuti risalgono a circa 3,3 milioni di anni fa. Molto più tardi, la diffusione dell’agricoltura ha modificato il paesaggio, la composizione del suolo e alcuni cicli chimici del pianeta. Queste trasformazioni possono essere considerate esempi di tracce dell’intelligenza apparse molto prima delle antenne, dei satelliti e delle trasmissioni radio.
Misurare la complessità
Uno dei problemi principali consiste nello stabilire come distinguere una vera noosignature da una struttura naturale particolarmente complessa.
La proposta di DeMarines prende in considerazione anche l’Assembly Theory, un approccio che cerca di misurare la complessità di un oggetto valutando il numero minimo di passaggi necessari per costruirlo a partire da componenti più semplici.
Un oggetto molto articolato, composto attraverso una lunga sequenza di operazioni precise, potrebbe risultare estremamente improbabile come prodotto spontaneo. In linea di principio, un elevato livello di complessità organizzata potrebbe quindi suggerire l’intervento di un sistema intelligente.
Il metodo, tuttavia, è ancora in fase di sviluppo. La natura è perfettamente capace di generare cristalli, strutture geometriche e sistemi altamente organizzati senza alcun progetto cosciente. Un elevato grado di complessità, da solo, non rappresenterebbe dunque una prova definitiva dell’esistenza di una mente.
Civiltà senza radio
Il concetto di noosignature amplia anche l’idea tradizionale di civiltà extraterrestre. Una specie intelligente potrebbe non sviluppare mai radiotelescopi, viaggi spaziali o immense infrastrutture energetiche.
Potrebbe esistere per centinaia di migliaia di anni, costruire città, modificare il territorio e poi scomparire senza aver mai inviato deliberatamente un messaggio verso le stelle. In un caso simile, la sua esistenza non verrebbe rivelata dalle classiche ricerche SETI, concentrate soprattutto sulle comunicazioni elettromagnetiche e sulle tecnologie avanzate.
Resterebbero però le trasformazioni prodotte sul pianeta: distribuzioni insolite di materiali, modificazioni atmosferiche, alterazioni dei cicli chimici, configurazioni geometriche sulla superficie o oggetti artificiali sopravvissuti alla scomparsa dei loro creatori.
Il problema è che l’informazione tende a degradarsi. Gli edifici crollano, gli oggetti vengono sepolti, l’erosione cancella le forme e l’attività geologica ricicla la superficie dei pianeti. Per essere rilevabile da grandi distanze, una noosignature dovrebbe quindi essere abbastanza estesa, resistente o recente da lasciare un’impronta osservabile.
Una nuova continuità tra vita e tecnologia
La proposta non indica ancora una tecnica precisa con cui scoprire civiltà aliene. Invita piuttosto a modificare il modo in cui vengono classificate le possibili prove della vita extraterrestre.
Biosignature, noosignature e tecnosignature potrebbero non essere categorie completamente separate, ma diversi punti lungo una stessa linea evolutiva: dalla semplice attività biologica all’emergere della cognizione, fino alla capacità di trasformare un intero sistema planetario attraverso la tecnologia.
Lo studio sottolinea inoltre che la ricerca sull’evoluzione dell’intelligenza rimane poco rappresentata all’interno dell’astrobiologia rispetto alle indagini sulle biosignature. Il lavoro di DeMarines, pubblicato il 26 giugno 2026, è però ancora un preprint e non risulta sottoposto al processo completo di revisione tra pari. Deve quindi essere considerato come una proposta teorica e metodologica, non come la dimostrazione dell’esistenza di nuove tracce aliene.
La sua importanza consiste soprattutto nella domanda che solleva: cercando soltanto microrganismi o civiltà capaci di comunicare tra le stelle, potremmo ignorare tutte le forme di intelligenza che si trovano nel mezzo?
Forse nell’Universo esistono pianeti sui quali una mente è già comparsa, ha costruito, comunicato e trasformato il proprio ambiente, senza arrivare a produrre segnali tecnologici visibili da grandi distanze. Le sue tracce potrebbero essere ancora presenti. Il vero ostacolo potrebbe essere imparare a riconoscerle.
Stefano Camilloni


