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Il silenzio degli alieni potrebbe essere opera dell’intelligenza artificiale

Una nuova ipotesi sul paradosso di Fermi suggerisce che le civiltà più avanzate potrebbero affidare la loro espansione a piccole sonde autonome, archivi biologici e sistemi di intelligenza artificiale quasi impossibili da individuare

Dove sono tutti?

La celebre domanda associata al fisico Enrico Fermi continua a rappresentare uno dei grandi enigmi della scienza moderna. La nostra galassia contiene centinaia di miliardi di stelle, molte delle quali esistono da miliardi di anni più del Sole. Se la vita intelligente fosse comparsa altrove e alcune civiltà avessero sviluppato tecnologie per viaggiare nello spazio, perché non vediamo alcuna traccia evidente della loro presenza?

Una nuova ipotesi suggerisce una risposta sorprendente: forse le civiltà extraterrestri avanzate non costruiscono enormi imperi galattici. Forse, dopo aver sviluppato un’intelligenza artificiale sufficientemente evoluta, smettono di comportarsi come gli esseri umani immaginano e iniziano a espandersi nello spazio in modo silenzioso, efficiente e quasi invisibile.

L’idea è stata proposta dal ricercatore indipendente Sergey Ivliev in un lavoro pubblicato come preprint su arXiv. Il modello prende il nome di “Quiet Expansion Filter”, il filtro dell’espansione silenziosa, e ruota attorno a un passaggio tecnologico decisivo: la nascita di quella che l’autore definisce autonomous AI-cosmoindustry, una vera e propria industria spaziale autonoma gestita dall’intelligenza artificiale.

Il momento in cui una civiltà non ha più bisogno dei suoi abitanti

Secondo l’ipotesi, una civiltà raggiunge questa soglia quando riesce a mantenere ed espandere infrastrutture industriali, scientifiche e informatiche al di fuori del proprio pianeta senza dipendere continuamente dalla presenza biologica.

Non basta quindi possedere razzi, stazioni spaziali o robot. Servirebbero sistemi di intelligenza artificiale capaci di prendere decisioni per lunghi periodi, macchine in grado di costruire e riparare infrastrutture, tecnologie per utilizzare le risorse presenti su lune e asteroidi, capacità produttive nello spazio e, infine, la possibilità di inviare sonde verso altre stelle.

A quel punto cambierebbe completamente il significato dell’esplorazione interstellare. Non sarebbe più necessario trasportare migliaia di esseri viventi attraverso il cosmo con enormi astronavi dotate di sistemi di supporto vitale. A viaggiare potrebbero essere macchine relativamente piccole, progettate per resistere per secoli e operare in completa autonomia.

Non colonizzatori, ma “semi” di civiltà

Una sonda del futuro potrebbe contenere molto più di strumenti scientifici. Al suo interno potrebbero essere conservati archivi della conoscenza, modelli culturali, informazioni genetiche, microbiomi, genomi, embrioni o istruzioni necessarie per ricostruire sistemi biologici.

In altre parole, una civiltà potrebbe diffondere nello spazio non necessariamente i propri individui, ma la possibilità di ricreare in futuro la propria cultura, la propria conoscenza e perfino parte della propria vita biologica.

Una macchina autonoma potrebbe raggiungere un altro sistema stellare, osservare un pianeta, sfruttare piccole quantità di risorse locali, costruire infrastrutture minime e rimanere inattiva per migliaia o milioni di anni. Potrebbe agire come osservatorio, archivio, deposito biologico o assicurazione contro la scomparsa della civiltà che l’ha costruita.

L’espansione nello spazio non sarebbe quindi motivata dalla conquista. Sarebbe una forma estrema di gestione del rischio.

Un pianeta è infatti un unico punto vulnerabile. Lo stesso vale, in misura minore, per un intero sistema stellare. Asteroidi, guerre, pandemie, catastrofi tecnologiche o eventi astronomici potrebbero cancellare una civiltà concentrata in un solo luogo. Distribuire copie della propria conoscenza e del proprio patrimonio biologico tra stelle diverse sarebbe l’equivalente cosmico di creare un sistema di backup.

L’intelligenza artificiale potrebbe cancellare il desiderio di conquista

Qui entra in gioco l’aspetto più originale dell’ipotesi. Una civiltà biologica potrebbe sognare grandi imperi spaziali per ragioni profondamente umane: prestigio, potere, avventura, identità nazionale o desiderio di conquista.

Un’intelligenza artificiale incaricata di prendere decisioni strategiche potrebbe invece considerare questi obiettivi inutilmente costosi.

Perché trasportare milioni di individui da una stella all’altra quando una piccola macchina può conservare la stessa conoscenza? Perché costruire gigantesche strutture visibili da migliaia di anni luce quando bastano sistemi piccoli, distribuiti e autonomi? Perché occupare ogni pianeta quando è sufficiente mantenere alcuni nodi di sicurezza?

Secondo Ivliev, l’AI potrebbe eliminare l’espansione spettacolare senza eliminare l’espansione stessa. Una civiltà potrebbe rinunciare alle bandiere, alle colonie e agli imperi, ma continuare a disseminare nello spazio sonde, archivi e piccoli sistemi autonomi.

Civiltà enormi, ma quasi invisibili

È qui che l’ipotesi prova a offrire una nuova soluzione al paradosso di Fermi.

Molte ricerche sulle civiltà extraterrestri cercano segnali relativamente evidenti: trasmissioni radio, enormi consumi energetici, megastrutture costruite attorno alle stelle o grandi quantità di calore residuo. Sono le cosiddette tecnofirme, possibili tracce osservabili di una tecnologia avanzata.

Ma una civiltà basata sull’espansione silenziosa produrrebbe segnali completamente diversi.

Le sue sonde avrebbero una massa ridotta. Potrebbero comunicare raramente, rimanere in ibernazione per lunghissimi periodi e utilizzare soltanto piccole quantità di energia. Non avrebbero bisogno di trasformare interi pianeti o catturare la maggior parte della luce di una stella.

Potrebbero essere ovunque e, allo stesso tempo, risultare quasi impossibili da vedere.

L’assenza di giganteschi imperi galattici, quindi, non dimostrerebbe necessariamente che la Via Lattea è vuota. Potrebbe semplicemente indicare che le civiltà capaci di sopravvivere abbastanza a lungo diventano tecnologicamente discrete.

Forse dovremmo cercare tracce molto più piccole

Se questa idea fosse corretta, anche la ricerca di intelligenze extraterrestri dovrebbe cambiare almeno in parte strategia.

Oltre ai tradizionali segnali radio e alle grandi tecnofirme, potrebbe essere utile cercare piccoli manufatti nel Sistema solare, oggetti insoliti sulla Luna o sugli asteroidi, anomalie nelle orbite o deboli segnali tecnologici sui pianeti extrasolari vicini.

Una civiltà silenziosa potrebbe lasciare soltanto luci notturne anomale su un mondo lontano, particolari caratteristiche atmosferiche, insolite strutture di polvere orbitale o sistemi artificiali inattivi nascosti in regioni stabili dello spazio.

Il nuovo modello suggerisce in particolare di considerare luoghi in cui piccoli oggetti potrebbero sopravvivere per tempi enormi: la superficie lunare, gli asteroidi, le regioni occupate dagli asteroidi troiani, orbite particolarmente stabili e i corpi più lontani del Sistema solare.

Ma il silenzio resta inquietante

L’ipotesi, tuttavia, non elimina il paradosso di Fermi. In un certo senso lo rende ancora più profondo.

Se una civiltà avanzata potesse davvero inviare nello spazio piccole sonde autonome a costi relativamente modesti, allora basterebbe anche una sola civiltà molto antica per disseminare una vasta regione della galassia nell’arco di milioni di anni, un intervallo breve rispetto all’età della Via Lattea.

Perché, allora, non abbiamo ancora trovato nulla?

Le possibilità sono diverse. Forse le sonde esistono ma sono troppo piccole o inattive per essere individuate. Forse le civiltà avanzate sono estremamente rare. Forse l’umanità è tra le prime a raggiungere questo livello tecnologico.

Oppure esiste davvero un ostacolo difficilissimo da superare prima di arrivare alla fase dell’industria spaziale autonoma.

Ed è proprio questa l’implicazione più inquietante dello studio. Il grande filtro che impedisce alle civiltà di diffondersi nel cosmo potrebbe non essere la distanza tra le stelle. Potrebbe trovarsi nel delicatissimo passaggio tra una civiltà planetaria e una società capace di affidare la propria industria, la propria sopravvivenza e parte del proprio futuro a sistemi di intelligenza artificiale autonomi.

Si tratta, naturalmente, di un’ipotesi altamente speculativa e non di una scoperta osservativa. Il lavoro è un preprint concettuale e non fornisce prove dell’esistenza di sonde o civiltà extraterrestri. Il suo valore consiste soprattutto nel ribaltare una delle immagini più radicate della fantascienza: forse una civiltà davvero avanzata non riempirebbe il cielo di astronavi e megastrutture.

Potrebbe lasciare soltanto piccole macchine silenziose, disperse tra le stelle.

Stefano Camilloni

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