L’intelligenza artificiale può spiegare in pochi secondi un concetto complesso, riassumere decine di pagine, suggerire una soluzione a un problema o aiutarci a organizzare informazioni che altrimenti richiederebbero ore di lavoro. Ma proprio questa straordinaria comodità solleva una domanda sempre più importante: utilizzare l’IA per imparare ci rende davvero più capaci oppure rischia, nel lungo periodo, di renderci più dipendenti dalla tecnologia?
È la questione affrontata da uno studio coordinato da ricercatori della Peking University e dell’Arizona State University, pubblicato sulla rivista Comunicar. Gli autori hanno analizzato oltre diecimila discussioni pubblicate su Reddit nell’arco di più di un decennio, cercando di capire come sia cambiato il modo in cui le persone percepiscono l’intelligenza artificiale quando viene utilizzata per acquisire, comprendere e applicare nuove conoscenze.
Il risultato restituisce un quadro molto meno semplice della contrapposizione tra “IA buona” e “IA cattiva”. La tecnologia sembra infatti produrre contemporaneamente vantaggi cognitivi e nuove forme di dipendenza.
Dall’enciclopedia al partner intellettuale
Per realizzare lo studio, i ricercatori hanno raccolto 20.174 testi pubblicati su Reddit tra il 2013 e il 2025. Dopo la pulizia dei dati, il campione finale comprendeva 10.503 post, analizzati attraverso tecniche automatiche di individuazione degli argomenti, tra cui il Biterm Topic Model, insieme a un’analisi qualitativa dei contenuti.
L’obiettivo non era semplicemente misurare quanto le persone utilizzino l’IA, ma osservare come descrivano il proprio rapporto con questi strumenti durante la costruzione della conoscenza. Gli studiosi hanno suddiviso il processo in tre fasi: acquisizione delle informazioni, comprensione e applicazione pratica. A queste hanno affiancato tre dimensioni: cognitiva, comportamentale ed etica. Ne emerge una sorta di matrice che descrive un rapporto sempre più complesso tra uomo e macchina.
Quando dobbiamo trovare un’informazione, per esempio, l’IA rappresenta un enorme acceleratore. Può raccogliere dati, organizzarli, sintetizzarli e presentarli in una forma comprensibile. Per molti utenti questo significa abbassare drasticamente la barriera d’ingresso verso argomenti specialistici. Ma proprio in questa fase emerge uno dei problemi più evidenti: come sapere se ciò che l’intelligenza artificiale ci sta dicendo è vero?
I ricercatori parlano di una forma di “ansia da credibilità”: gli utenti apprezzano velocità e comodità dei sistemi di IA, ma allo stesso tempo sono consapevoli della possibilità di errori fattuali, ragionamenti sbagliati o informazioni inventate.
Capire più facilmente non significa necessariamente imparare meglio
Il problema diventa ancora più interessante nella fase della comprensione. Un sistema di IA può comportarsi come un tutor disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro: può riscrivere una spiegazione, semplificarla, fornire esempi, rispondere alle domande successive e adattare il linguaggio al livello dell’utente. Da questo punto di vista si tratta probabilmente di uno dei più potenti strumenti educativi mai comparsi.
Ma esiste un possibile rovescio della medaglia. Se la macchina esegue una parte crescente del lavoro cognitivo, l’utente potrebbe progressivamente rinunciare a svolgerlo autonomamente.
È quello che in psicologia cognitiva viene spesso descritto come “cognitive offloading”, lo spostamento di una parte dello sforzo mentale verso strumenti esterni. Non è un fenomeno nato con ChatGPT: utilizziamo da sempre quaderni, calcolatrici, mappe, motori di ricerca e smartphone come estensioni della nostra memoria.
L’intelligenza artificiale porta però questo principio a un livello superiore, perché non conserva semplicemente informazioni: può anche organizzarle, interpretarle e produrre una risposta apparentemente ragionata.
Lo studio rileva infatti nelle discussioni online una preoccupazione ricorrente: affidarsi troppo all’IA potrebbe ridurre il ragionamento indipendente e l’esercizio del pensiero critico. Alcuni utenti raccontano di aver reagito limitandone volontariamente l’utilizzo e cercando di ricostruire autonomamente il percorso che conduce alla risposta.
Quando dall’apprendimento si passa all’azione
La terza fase analizzata riguarda l’applicazione della conoscenza. Qui l’IA può ridurre enormemente il costo del tentativo e dell’errore. Un programmatore può chiedere suggerimenti sul codice, uno studente può verificare un esercizio, un ricercatore può esplorare ipotesi alternative e un professionista può utilizzare il sistema per individuare possibili strategie.
Ma è proprio quando l’output dell’IA viene trasformato in un prodotto reale che emergono le questioni etiche più difficili. Chi è responsabile se la risposta è sbagliata? Quando l’aiuto dell’IA diventa plagio? A chi appartiene un testo o un’immagine prodotti con l’assistenza di un algoritmo? E fino a che punto è corretto utilizzare questi strumenti in una scuola o in un’università?
Nelle discussioni analizzate compaiono frequentemente temi come proprietà intellettuale, equità, responsabilità e trasparenza.
Un ciclo di fiducia, dubbio e verifica
Forse il risultato più interessante dello studio è proprio l’evoluzione del comportamento degli utenti. Il rapporto con l’intelligenza artificiale non sembra procedere semplicemente dalla diffidenza alla fiducia. Gli autori individuano piuttosto un ciclo: fiducia, dubbio e ricalibrazione.
Si utilizza l’IA perché è veloce ed efficace. Poi si scopre che può sbagliare. A quel punto si impara a controllare le risposte, confrontarle con altre fonti o discutere i risultati con altre persone.
L’IA diventa così qualcosa di diverso da un semplice motore di ricerca. Secondo gli autori dello studio sta assumendo contemporaneamente il ruolo di partner intellettuale, facilitatore del comportamento e interlocutore etico. Ed è probabilmente qui che si trova il vero cambiamento.
Quindi l’IA ci rende più intelligenti?
Lo studio non consente di rispondere scientificamente con un semplice sì o no. È importante sottolineare infatti che i ricercatori hanno analizzato le discussioni e le percezioni degli utenti, non hanno sottoposto gruppi di persone a test cognitivi prima e dopo l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Non dimostra quindi direttamente che l’IA migliori o peggiori l’intelligenza umana. Mostra però con grande chiarezza il dilemma che sta emergendo.
L’intelligenza artificiale può amplificare enormemente le nostre capacità quando viene utilizzata per esplorare, confrontare e comprendere informazioni. Ma può trasformarsi in una scorciatoia cognitiva quando sostituisce completamente il processo attraverso il quale costruiamo una risposta.
La differenza potrebbe quindi non dipendere soltanto dalla potenza dell’intelligenza artificiale, ma dal modo in cui scegliamo di utilizzarla. Il rischio non è necessariamente quello di avere macchine sempre più intelligenti. Potrebbe essere quello di smettere progressivamente di chiederci come siano arrivate alle loro risposte.
E, paradossalmente, proprio mentre l’intelligenza artificiale diventa più capace, la competenza umana più importante potrebbe diventare quella di saperle dire: “Fammi vedere perché.”
Stefano Camilloni

