La coscienza è davvero un fenomeno legato soltanto alla vita così come la conosciamo sulla Terra? Oppure potrebbe emergere anche in forme di vita radicalmente diverse, nate su pianeti lontani, con chimiche, corpi e sistemi cognitivi completamente estranei alla nostra esperienza? È questa la domanda al centro di un nuovo lavoro teorico firmato da Jeremy Pober ed Eric Schwitzgebel, che propone una riflessione affascinante ai confini tra filosofia della mente, astrobiologia e intelligenza artificiale.
L’idea di partenza è semplice ma profonda: non dovremmo presumere che la coscienza richieda necessariamente carne, sangue, neuroni biologici o una biochimica simile a quella terrestre. Secondo gli autori, è plausibile che l’esperienza cosciente sia “flessibile rispetto al substrato”, cioè capace di manifestarsi in materiali e strutture fisiche differenti, purché organizzati in modo sufficientemente complesso.
Per capire il concetto, si può pensare a una funzione che può essere realizzata in molti modi diversi. Un bicchiere può essere fatto di vetro, plastica o metallo, ma resta comunque un oggetto capace di contenere acqua. La musica può essere incisa su un vinile, registrata su un nastro o codificata in un file digitale, ma continua a essere musica. Allo stesso modo, suggeriscono Pober e Schwitzgebel, la coscienza potrebbe non essere legata a un unico tipo di “supporto” materiale.
Questa ipotesi si inserisce in una visione più ampia del cosmo. L’universo osservabile contiene un numero immenso di galassie, stelle e pianeti. Anche se non sappiamo ancora se esistano civiltà extraterrestri, la vastità delle possibilità rende difficile immaginare che la vita intelligente, qualora sia comparsa altrove, debba per forza assomigliare alla nostra. Gli astrobiologi hanno da tempo ipotizzato forme di vita basate su biochimiche alternative, solventi diversi dall’acqua o strutture molecolari lontane da quelle terrestri.
Il punto degli autori non è affermare che queste forme di vita esistano certamente, né sostenere che ogni organismo complesso debba essere cosciente. La tesi è più prudente: se nel cosmo sono apparse, o appariranno, molte entità capaci di comportamenti sofisticati, sarebbe poco ragionevole pensare che solo quelle costruite con la nostra stessa biologia possano avere un’esperienza soggettiva.
Qui entra in gioco quello che Pober e Schwitzgebel chiamano “principio copernicano della coscienza”. Copernico ci ha insegnato che la Terra non è il centro del sistema solare. La scienza moderna ha poi mostrato che il Sole non è al centro della galassia e che la Via Lattea non occupa una posizione privilegiata nell’universo. Ogni volta, l’umanità ha dovuto rinunciare a un pezzo della propria presunta centralità cosmica.
Secondo gli autori, qualcosa di simile potrebbe valere anche per la coscienza. Pensare che solo gli esseri terrestri, o solo organismi molto simili a noi, possano essere coscienti rischia di essere una nuova forma di geocentrismo: non più astronomico, ma biologico e mentale. Una sorta di “terrocentrismo”, cioè l’idea non giustificata che la vita terrestre rappresenti il modello privilegiato dell’esperienza cosciente.
A rendere ancora più interessante questa prospettiva è il dialogo con alcune ipotesi avanzate dalla fisica teorica contemporanea. Il cosmologo Max Tegmark ha proposto di considerare la coscienza come un possibile “stato della materia”, da lui definito provocatoriamente “perceptronium”: non una sostanza misteriosa, ma una configurazione fisica capace di elaborare informazione in modo integrato, dinamico e relativamente autonomo. In questa visione, la domanda non è più soltanto se un cervello biologico sia cosciente, ma quali proprietà fisiche e informazionali debba possedere un sistema perché possa esistere un’esperienza soggettiva.
L’idea è potente perché sposta il problema dal materiale alla struttura. Se ciò che conta non è il carbonio, il neurone o la biochimica terrestre in sé, ma il modo in cui la materia organizza informazione, allora diventa almeno concepibile che forme di coscienza possano emergere in architetture molto diverse: organismi alieni, reti biologiche sconosciute, ecosistemi cognitivi collettivi o, in un futuro ancora tutto da valutare, sistemi artificiali dotati di un’organizzazione radicalmente più complessa di quella attuale.
Su un versante più audace e controverso si colloca invece Roger Penrose, fisico matematico e premio Nobel, che insieme a Stuart Hameroff ha proposto la teoria Orch OR, “orchestrated objective reduction”. Secondo questa ipotesi, la coscienza non sarebbe spiegabile soltanto attraverso l’attività classica dei neuroni, ma potrebbe coinvolgere processi quantistici all’interno dei microtubuli, strutture presenti nelle cellule nervose. È una teoria molto discussa e non universalmente accettata, ma ha il merito di ricordare quanto il problema della coscienza resti aperto e quanto sia difficile ridurlo a un semplice meccanismo computazionale.
Inserire Penrose in questo discorso non significa affermare che la coscienza aliena debba essere quantistica, né che la teoria Orch OR sia la risposta definitiva. Significa piuttosto mostrare che, anche nella fisica fondamentale, esistono tentativi di pensare la coscienza come qualcosa che potrebbe coinvolgere livelli profondi dell’organizzazione della materia. Se la mente non è soltanto un prodotto meccanico del cervello, ma un fenomeno legato a proprietà ancora poco comprese della realtà fisica, allora il campo delle possibilità cosmiche si amplia ulteriormente.
Un terzo riferimento utile è Carlo Rovelli, non tanto perché abbia proposto una teoria specifica della coscienza, quanto per il modo in cui la sua interpretazione relazionale della fisica aiuta a ripensare il rapporto tra osservatore, informazione e realtà. Nella meccanica quantistica relazionale, gli stati fisici non sono proprietà assolute delle cose, ma emergono nelle relazioni tra sistemi. Il mondo, in questa prospettiva, non è fatto soltanto di oggetti isolati, ma di interazioni.
Questa visione offre una cornice suggestiva per ragionare sulla coscienza nel cosmo. Se anche l’esperienza soggettiva nasce da relazioni – tra parti di un organismo, tra sistema nervoso e ambiente, tra informazione interna e mondo esterno – allora la coscienza potrebbe essere meno simile a un “oggetto” e più simile a un processo. Non qualcosa che semplicemente si possiede, ma qualcosa che accade quando un sistema entra in una particolare rete di relazioni fisiche, biologiche e informative.
La riflessione riguarda anche l’intelligenza artificiale, ma con molta cautela. Il lavoro di Pober e Schwitzgebel non sostiene che i sistemi di IA attuali siano coscienti. Anzi, gli autori distinguono con attenzione tra la possibilità generale che la coscienza possa emergere in substrati diversi e l’idea, molto più specifica, che un computer odierno possa già possederla. Dire che la coscienza non è necessariamente biologica non significa dire che qualunque sistema non biologico sia cosciente.
La distinzione è importante. La coscienza umana potrebbe dipendere da dettagli molto specifici del nostro cervello, della nostra evoluzione e del nostro corpo. Ma la coscienza in senso più generale potrebbe essere un fenomeno più ampio, capace di assumere forme diverse. È un po’ come il volo: un’aquila, un pipistrello, un insetto e un drone volano in modi differenti, senza che uno solo di questi modelli esaurisca il concetto di volo.
Questa prospettiva apre scenari enormi. Se la coscienza può emergere in architetture biologiche o fisiche diverse, allora l’universo potrebbe ospitare menti molto più strane di quanto possiamo immaginare. Non semplici “copie” dell’intelligenza umana, ma forme di esperienza radicalmente altre: organismi con percezioni, corpi, tempi mentali e modi di abitare il mondo totalmente diversi dai nostri.
Naturalmente siamo ancora nel campo della filosofia teorica e delle ipotesi scientifiche di frontiera. Non abbiamo prove dell’esistenza di coscienze extraterrestri, né strumenti definitivi per riconoscere la coscienza in sistemi molto diversi da noi. Le idee di Tegmark, Penrose e Rovelli non vanno lette come risposte definitive, ma come strumenti concettuali per allargare lo sguardo: la coscienza come organizzazione dell’informazione, come possibile fenomeno legato a livelli profondi della fisica, come processo relazionale più che come semplice proprietà individuale.
Forse, come è accaduto altre volte nella storia della scienza, dovremo imparare a considerarci meno speciali. La Terra non è il centro dell’universo. L’uomo non è il vertice separato della natura. E la coscienza, forse, non è un dono esclusivo della biologia terrestre, ma una possibilità più vasta, capace di emergere ovunque la materia raggiunga le giuste forme di organizzazione, relazione e complessità.
Stefano Camilloni


