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Gli alieni esistono? Le ultime scoperte rendono la domanda sempre meno filosofica e sempre più scientifica

Dalle molecole organiche trovate su Marte ai segnali controversi nell’atmosfera di K2-18 b, la ricerca della vita extraterrestre è entrata in una fase nuova. Nessuna prova definitiva, ma indizi sempre più concreti.

Gli alieni esistono? La domanda sembra appartenere alla fantascienza, ma accompagna l’umanità da secoli, molto prima dei telescopi spaziali e delle sonde interplanetarie. Per Aristotele, il cosmo era unico, ordinato e chiuso, con la Terra al centro e nessun vero spazio concettuale per altri mondi abitati. Ma con Copernico, Galileo e poi con la scoperta dei pianeti extrasolari, l’idea che la Terra potesse essere solo uno tra molti mondi è diventata sempre più naturale.

Oggi quella domanda non è più soltanto filosofica. È diventata un programma scientifico. Non chiediamo più genericamente “ci sono gli alieni?”, ma cerchiamo molecole, atmosfere, tracce geologiche, segnali radio, firme chimiche e possibili biosignature, cioè indizi compatibili con la presenza di vita.

La grande novità degli ultimi anni è che la ricerca non si basa più solo sull’immaginazione. Disponiamo di rover su Marte, telescopi capaci di analizzare atmosfere lontanissime e cataloghi con oltre 6.000 pianeti confermati fuori dal Sistema solare. La NASA ricorda che il numero ufficiale degli esopianeti confermati ha superato quota 6.000, mentre il suo catalogo pubblico viene aggiornato continuamente con nuove scoperte.

Uno dei fronti più importanti resta Marte. Il pianeta rosso non appare oggi come un mondo abitato in superficie, ma conserva le tracce di un passato molto diverso. Il rover Perseverance ha esplorato il cratere Jezero, un’antica regione lacustre e fluviale, raccogliendo campioni di rocce che potrebbero contenere indizi di antiche attività microbiche. La NASA ha definito una di queste scoperte una “potenziale biosignature”, pur sottolineando che la conferma potrà arrivare solo con analisi più approfondite, idealmente su campioni riportati sulla Terra.

Nel 2026 si è aggiunto un altro tassello importante. Il rover Curiosity ha individuato nel cratere Gale la più ampia varietà di molecole organiche mai trovata finora su Marte. Secondo NASA/JPL, nel campione analizzato sono state identificate 21 molecole contenenti carbonio, sette delle quali mai rilevate prima sul pianeta rosso. Questo non significa che Curiosity abbia trovato vita, ma dimostra che molecole complesse possono conservarsi nel suolo marziano molto più a lungo di quanto si pensasse.

La distinzione è essenziale. Una molecola organica non è una prova di vita. Può formarsi attraverso processi biologici, ma anche tramite chimica non vivente, reazioni geologiche o materiale arrivato con meteoriti. Tuttavia, la presenza di composti organici in antichi ambienti lacustri rende Marte un luogo ancora più interessante per capire se, miliardi di anni fa, abbia mai ospitato forme di vita microbica. Lo studio pubblicato su Nature Communications sottolinea proprio questo punto: la chimica marziana conserva segnali complessi, ma non consente ancora di stabilire se abbiano origine biologica.

Intanto Perseverance continua a lavorare. A maggio 2026 il rover si avvicina al traguardo simbolico di una “maratona” percorsa su Marte, oltre 42 chilometri, e sta studiando rocce antichissime, alcune con più di quattro miliardi di anni. Sono materiali preziosi perché risalgono a un’epoca in cui Marte era probabilmente più caldo, più umido e forse più simile alla Terra primordiale.

Il secondo grande fronte è quello degli esopianeti. Il caso più discusso resta K2-18 b, un pianeta situato a circa 124 anni luce dalla Terra, nella zona abitabile della sua stella. Nel 2025 un gruppo guidato dall’Università di Cambridge ha annunciato di aver rilevato, grazie al telescopio spaziale James Webb, segnali compatibili con dimetilsolfuro e dimetildisolfuro, due molecole che sulla Terra sono associate soprattutto alla vita microbica marina.

La notizia ha avuto enorme risonanza perché, se confermata, rappresenterebbe uno degli indizi più intriganti mai ottenuti su un pianeta extrasolare. Ma anche qui la prudenza è obbligatoria. La stessa Cambridge ha parlato di “strongest hints”, cioè dei segnali più forti finora, non di una scoperta definitiva di vita. Diversi astronomi hanno invitato alla cautela, ricordando che il segnale statistico non raggiunge ancora lo standard necessario per una conferma straordinaria e che processi chimici non biologici potrebbero produrre molecole simili in condizioni diverse da quelle terrestri.

Anzi, analisi successive hanno reso il quadro ancora più complesso. Una ricerca guidata da scienziati NASA ha ridimensionato l’interpretazione iniziale, sostenendo che non vi sia ancora una prova conclusiva della presenza di dimetilsolfuro nell’atmosfera di K2-18 b. Questo non chiude il caso, ma mostra quanto sia difficile interpretare la luce filtrata attraverso l’atmosfera di un pianeta distante più di cento anni luce.

È proprio questa la frontiera più delicata dell’astrobiologia moderna: distinguere una vera firma biologica da un falso positivo. Su un pianeta lontano non possiamo raccogliere direttamente un campione, almeno non con le tecnologie attuali. Possiamo osservare la luce della sua stella mentre attraversa l’atmosfera del pianeta e cercare l’impronta chimica lasciata da alcuni gas. Ma quelle impronte sono debolissime, spesso ambigue, e possono sovrapporsi a rumore strumentale o a modelli atmosferici incompleti.

Nel frattempo, l’intelligenza artificiale sta accelerando anche la caccia ai mondi potenzialmente abitabili. Nel 2026 un nuovo studio ha individuato oltre 10.000 possibili candidati esopianeti nascosti nei dati del satellite TESS, analizzando milioni di stelle molto deboli con tecniche di machine learning. Non sono ancora pianeti confermati e molti probabilmente non saranno adatti alla vita, ma la scoperta mostra quanto il numero di mondi da studiare possa crescere nei prossimi anni.

La domanda sugli alieni, quindi, oggi ha una risposta più sfumata che mai. Non abbiamo trovato esseri intelligenti. Non abbiamo ricevuto un segnale radio inequivocabile. Non abbiamo osservato cellule extraterrestri. Ma abbiamo trovato ambienti che in passato potrebbero essere stati abitabili, molecole organiche complesse su Marte, pianeti nella zona abitabile di altre stelle e possibili segnali atmosferici che meritano ulteriori osservazioni.

Il punto non è dire che “gli alieni sono stati trovati”. Sarebbe falso. Il punto è che la scienza si sta avvicinando alla domanda con strumenti sempre più potenti. La vita extraterrestre, se esiste, potrebbe non presentarsi come nella fantascienza: niente astronavi, niente civiltà galattiche, almeno per ora. Potrebbe manifestarsi come una traccia chimica in una roccia marziana, come un gas anomalo in un’atmosfera lontana, o come una combinazione di molecole che nessun processo non biologico riesce a spiegare bene.

La risposta definitiva non c’è ancora. Ma rispetto al passato la differenza è enorme: oggi non ci limitiamo più a immaginare altri mondi abitati. Li osserviamo, li cataloghiamo, li analizziamo e, passo dopo passo, impariamo dove cercare.

Stefano Camilloni

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