Per oltre sessant’anni, la ricerca di intelligenze extraterrestri ha seguito una logica abbastanza precisa: se una civiltà aliena sta cercando di comunicare, probabilmente userà segnali radio molto stretti, concentrati in piccole bande di frequenza, per non sprecare energia. È su questa idea che si sono basati molti programmi SETI, cioè Search for Extraterrestrial Intelligence, la ricerca di segnali prodotti da civiltà tecnologiche oltre la Terra.
Ma secondo Benjamin Zuckerman, astrofisico emerito dell’Università della California a Los Angeles, questo approccio potrebbe essere troppo limitato. In un nuovo studio pubblicato su The Astrophysical Journal, Zuckerman propone di cambiare prospettiva: invece di cercare solo “sussurri” radio molto deboli e difficili da distinguere dal rumore cosmico, dovremmo considerare la possibilità che una civiltà extraterrestre intenzionata a farsi notare invii segnali molto direzionali, potenti e rilevabili in diverse regioni dello spettro elettromagnetico, non solo nelle onde radio.
Il punto di partenza è semplice: comunicare nello spazio è difficile, ma non impossibile. Se due civiltà tecnologiche vogliono davvero stabilire un contatto, entrambe devono fare la loro parte. Chi trasmette deve inviare un segnale riconoscibile; chi ascolta deve cercarlo nel modo giusto. Secondo Zuckerman, molte ricerche SETI hanno privilegiato un modello in cui gli alieni sarebbero “limitati dalla potenza”, cioè costretti a usare segnali deboli e molto stretti per ottimizzare il rapporto tra segnale e rumore. Questo ha portato i radiotelescopi a scandagliare porzioni molto ristrette dello spettro radio, alla ricerca di anomalie di pochi hertz.
La nuova ipotesi ribalta il ragionamento. Una civiltà avanzata che volesse attirare l’attenzione potrebbe non trasmettere in tutte le direzioni, come una lampadina che illumina ogni angolo dello spazio. Potrebbe invece usare segnali altamente direzionali, simili a un fascio di luce puntato verso un obiettivo preciso. In questo caso il problema dell’energia diventerebbe meno importante, perché la potenza non verrebbe dispersa ovunque, ma concentrata in una direzione. Se la Terra si trovasse sulla traiettoria giusta, quel segnale potrebbe apparire molto evidente anche durante osservazioni astronomiche nate per tutt’altro scopo.
Da qui nasce la proposta: usare meglio gli enormi archivi di osservazioni astronomiche già esistenti. Negli ultimi decenni, telescopi ottici, radiotelescopi e strumenti infrarossi hanno osservato il cielo per studiare stelle, galassie, supernove, pianeti extrasolari e altri fenomeni naturali. Secondo Zuckerman, questi dati possono essere riletti anche come una sorta di grande esperimento SETI indiretto. Se una civiltà vicina avesse inviato segnali continui, potenti e intenzionali, alcune survey astronomiche non progettate per cercare alieni avrebbero potuto intercettarli.
Lo studio si concentra soprattutto sulle stelle simili al Sole, perché sono considerate candidate interessanti per ospitare pianeti abitabili. L’ipotesi di base è che una forma di vita tecnologica, almeno come la conosciamo noi, abbia bisogno di condizioni relativamente stabili per tempi lunghi. Per questo Zuckerman considera stelle con massa inferiore a circa 1,25 masse solari, abbastanza longeve da permettere l’evoluzione di una civiltà complessa nell’arco di miliardi di anni. Secondo i calcoli riportati nell’articolo, un programma mirato dovrebbe osservare fino a circa 300.000 stelle entro 200 parsec, cioè circa 650 anni luce, per includere le vecchie stelle più interessanti.
Una delle conclusioni più forti dello studio riguarda il nostro vicinato cosmico. Zuckerman sostiene che l’assenza di prove di sonde aliene nel Sistema solare, unita ai limiti ricavabili dalle osservazioni astronomiche già disponibili, consente di porre un vincolo: nessuna civiltà aliena tecnologica sarebbe passata entro circa 100 anni luce dalla Terra negli ultimi miliardi di anni. Non significa che “gli alieni non esistono”. Significa piuttosto che, se esistono civiltà comunicative e tecnologiche, non sembrano essersi manifestate in modo evidente nel nostro immediato quartiere galattico.
La differenza è importante. La Via Lattea contiene centinaia di miliardi di stelle, e la nostra regione locale è solo una piccola parte della galassia. Inoltre, il metodo proposto non potrebbe individuare civiltà primitive, non tecnologiche, non interessate a comunicare, oppure civiltà che usano tecnologie per noi completamente irriconoscibili. La ricerca SETI non cerca genericamente “la vita”, ma tecnofirme: indizi misurabili di tecnologia, come segnali artificiali, trasmissioni elettromagnetiche, emissioni anomale o, in scenari più speculativi, tracce di grandi opere ingegneristiche.
Il nuovo approccio suggerisce quindi di allargare lo sguardo. Non solo radio, ma anche infrarosso, luce visibile e altre bande dello spettro elettromagnetico. Non solo programmi SETI dedicati, ma anche grandi survey astronomiche generaliste. In altre parole, potremmo aver già raccolto dati preziosi senza averli ancora interrogati nel modo giusto.
Naturalmente, questa proposta non elimina il valore delle ricerche SETI tradizionali. Progetti come Breakthrough Listen hanno ampliato enormemente la quantità di osservazioni disponibili, includendo radiofrequenze, osservazioni ottiche e grandi campioni di stelle vicine. Ma lo studio di Zuckerman invita a una riflessione metodologica: forse non basta ascoltare più a lungo; bisogna anche decidere meglio che tipo di segnale ci aspettiamo di trovare.
La domanda di fondo resta una delle più grandi della scienza: siamo soli nella galassia? La risposta, per ora, non c’è. Ma il nuovo studio mostra come anche un risultato negativo possa essere scientificamente utile. Non trovare segnali, se si sa bene dove e come si è cercato, permette di restringere il campo delle possibilità. Ogni silenzio misurato con precisione diventa un dato.
Forse il problema non è che l’universo non parli. Forse è che abbiamo passato molto tempo ad ascoltare solo alcune frequenze, aspettandoci un certo tipo di messaggio. La prossima fase della ricerca potrebbe essere meno simile a tendere l’orecchio nel buio e più simile a rileggere, con occhi nuovi, l’immenso archivio di luce che il cielo ci ha già consegnato.
Stefano Camilloni


