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Il risveglio del Pianeta Rosso: perché terraformare Marte è un’impresa oltre i confini dell’umano

Per decenni Marte è stato il grande miraggio dell’esplorazione spaziale. Nella fantascienza appare spesso come una seconda Terra: oceani blu, nubi bianche e foreste che si estendono sotto un cielo azzurro. L’idea di trasformare il Pianeta Rosso in un mondo abitabile – la cosiddetta terraformazione – affascina scienziati e visionari da generazioni.

Ma quando si abbandona il terreno della fantasia e si entra in quello dei numeri, la realtà diventa vertiginosa. Terraformare Marte non è soltanto una sfida climatica: è un’impresa industriale di dimensioni quasi inconcepibili.

Uno studio recente guidato da Slava Turyshev del Jet Propulsion Laboratory della NASA, pubblicato su arXiv, prova a quantificare questa sfida. Il risultato è un quadro affascinante ma brutale: trasformare Marte significherebbe manipolare masse planetarie, produrre energia su scala mai raggiunta e operare su tempi di secoli o millenni.

Il primo ostacolo è l’atmosfera. O meglio, la quasi totale assenza di essa. Oggi la pressione atmosferica marziana è appena una frazione di quella terrestre. Per permettere almeno l’esistenza di acqua liquida stabile, bisognerebbe raggiungere il cosiddetto punto triplo dell’acqua, circa 6,1 millibar, la soglia in cui ghiaccio, liquido e vapore possono coesistere.

Anche questo primo traguardo richiederebbe quantità di gas immense. Per aumentare la pressione atmosferica di appena un millibar, bisognerebbe immettere nell’atmosfera circa 3,89 × 10¹⁵ chilogrammi di gas. È una massa paragonabile a quella di Deimos, la più piccola delle due lune di Marte.

Se invece si volesse arrivare a un’atmosfera realmente respirabile, la scala diventerebbe quasi fantascientifica: sarebbe necessario mobilitare una massa simile a quella di Giano, una delle lune di Saturno. In teoria il Sistema Solare contiene molti oggetti di queste dimensioni, ma immaginare di spostarli, frantumarli o convertirli in gas significa entrare in un territorio tecnologico completamente inesplorato.

Eppure Marte possiede già alcune delle risorse necessarie alla vita. Il pianeta è ricco di ghiaccio, soprattutto nelle regioni polari e sotto la superficie. Secondo le stime dello studio, per creare oceani e un’atmosfera ricca di ossigeno servirebbe una quantità d’acqua pari a circa sei metri cubi per ogni metro quadrato della superficie marziana.

Sorprendentemente, il ghiaccio disponibile sul pianeta sarebbe sufficiente: l’acqua necessaria rappresenterebbe solo circa il 20% delle riserve di ghiaccio superficiale facilmente accessibili. Questo significa che, almeno dal punto di vista idrico, Marte possiede già gran parte degli ingredienti necessari.

Il vero limite, però, non è la materia. È l’energia. Per produrre l’ossigeno necessario all’atmosfera attraverso la dissociazione dell’acqua servirebbe circa 1,2 × 10²⁵ joule di energia. Anche distribuendo il processo nell’arco di mille anni, sarebbe necessario mantenere una produzione energetica continua di circa 380 terawatt. Per avere un termine di paragone, si tratta di circa venti volte l’attuale consumo energetico globale della Terra.

Altri metodi proposti nel tempo non sono meno ambiziosi. Alcuni scienziati hanno ipotizzato l’utilizzo di giganteschi specchi orbitali per riflettere la luce solare e riscaldare il pianeta. Ma anche questa soluzione richiederebbe superfici di circa 70 milioni di chilometri quadrati, un’infrastruttura spaziale immensamente più grande di qualsiasi progetto industriale mai realizzato.

Significa dunque che il sogno di vivere su Marte è destinato a restare fantascienza? Non necessariamente.

Molti ricercatori oggi ritengono che il primo passo realistico non sarà la terraformazione globale, ma qualcosa di molto più modesto: il paraterraforming. Invece di modificare un intero pianeta, si potrebbero costruire immense strutture chiuse – gigantesche serre o cupole . all’interno delle quali creare piccoli ecosistemi abitabili.

Queste oasi artificiali permetterebbero di coltivare piante, produrre ossigeno e vivere senza tute pressurizzate. La pressione interna delle cupole contribuirebbe persino a sostenere le strutture contro la sottile atmosfera esterna.

In questo scenario, Marte non diventerebbe immediatamente una nuova Terra, ma un mosaico di habitat artificiali sparsi sul suo deserto rosso.

La terraformazione completa rimane quindi un progetto che supera di gran lunga le capacità tecnologiche della nostra epoca. Non è solo un problema scientifico o ingegneristico: è una questione di civiltà. Richiederebbe una cooperazione planetaria, infrastrutture energetiche colossali e una visione che abbracci millenni.

Forse un giorno i nostri discendenti guarderanno il cielo sopra Marte e vedranno nuvole e oceani riflettersi in un’atmosfera azzurra. Se accadrà, sarà il risultato di un’impresa che avrà attraversato generazioni, una testimonianza di quanto lontano può arrivare l’ingegno umano quando decide di trasformare un intero pianeta.

Stefano Camilloni

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