C’è un vizio strutturale nel dibattito pubblico italiano: trasformare ogni figura che emerge in un bersaglio. Non importa il merito, non importa l’impatto positivo, non importa il risultato concreto. Se diventi visibile, devi essere ridimensionato. Il caso Vincenzo Schettini è esattamente questo.
Un professore di fisica che riesce a parlare ai ragazzi, che porta la scienza fuori dalle aule, che usa il linguaggio contemporaneo, che costruisce un progetto riconoscibile e che – orrore supremo – riesce anche a monetizzare la propria attività divulgativa. Tanto basta per attivare la macchina della delegittimazione.
Quando la satira entra in una polemica in corso, non è mai innocente. Non perché la satira non debba esistere, ma perché in un sistema mediatico iperconnesso diventa un moltiplicatore di percezione. Un’imitazione nel momento “giusto” può cristallizzare un’immagine. Può ridurre una persona a una caricatura proprio mentre il suo nome è al centro di accuse non accertate. Il pubblico ride, la macchietta si fissa, il giudizio si sedimenta.
La satira dovrebbe colpire il potere. Qui invece si colpisce un insegnante che ha avuto l’audacia di diventare popolare.
Esiste poi un altro fenomeno, molto più contemporaneo: l’indignazione permanente. L’indignazione genera traffico. Il traffico genera attenzione. L’attenzione genera centralità. Quando una figura mediatica decide di puntare il faro su qualcuno, non è mai un gesto neutro. Si crea un clima. Si produce una narrativa. Si orienta il dibattito. E in un ecosistema dominato dagli algoritmi, la polarizzazione è il carburante perfetto. Ma una domanda resta sospesa: stiamo analizzando fatti o stiamo alimentando un personaggio da smontare?
Il punto vero è culturale. In Italia il successo culturale è tollerato solo se rimane austero, quasi ascetico. L’insegnante deve essere competente, sì, ma non troppo visibile. Deve essere stimato, ma non troppo seguito. Deve essere bravo, ma non troppo brandizzato. Se invece riesce a comunicare, a riempire teatri, a vendere libri, a diventare punto di riferimento per i giovani, scatta il sospetto: cosa c’è dietro? Qual è il trucco? Dove sta l’inganno? È un riflesso che dice molto più su chi guarda che su chi viene guardato.
Schettini rappresenta un modello di scuola che dialoga con il presente. Che non ha paura dei social. Che non considera la divulgazione un tradimento della didattica, ma un’estensione. La cultura non si indebolisce se esce dall’accademia. Si rafforza. Se milioni di ragazzi hanno iniziato a percepire la fisica come qualcosa di comprensibile, umano, persino emozionante, questo è un risultato oggettivo. E distruggerlo per un’ondata emotiva è miope.
Il problema più grave è la trasformazione del dibattito in processo. Senza sentenze, senza accertamenti, senza verifiche definitive. Solo percezioni, racconti, frammenti. In uno Stato di diritto la reputazione non dovrebbe essere oggetto di linciaggio preventivo. La critica è legittima. L’analisi è doverosa. Ma la demolizione morale basata sul clima è un’altra cosa. E oggi il clima conta più dei fatti.
Qui non si sta decidendo il destino mediatico di un divulgatore. Si sta decidendo se la scuola può evolvere senza essere sospettata. Se un insegnante può essere anche comunicatore. Se la cultura può diventare popolare senza perdere dignità. Se ogni figura che riesce viene sottoposta a un rito di purificazione pubblica, il messaggio che passa è chiaro: meglio restare piccoli, meglio non esporsi, meglio non innovare.
È questo il modello che vogliamo? La scienza ha bisogno di voci forti. La scuola ha bisogno di esempi che parlino il linguaggio del presente. E la società ha bisogno di distinguere tra critica legittima e demolizione sistematica.
Il resto è solo rumore.
Stefano Camilloni


