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Coincidenza o progetto divino? Sette teorie sull’Universo secondo Paul Davies

Perché esistiamo? Come ha avuto origine tutto? Che senso ha la nostra vita nel cosmo? La risposta a questi grandi interrogativi sull’universo non è mai stata così ricca di riflessioni (spesso criptiche) come in questi ultimi decenni, anche grazie a scienziati che – con idee che sono insieme sorprendenti e profondamente controverse – sono intervenuti sempre più intensamente nel dibattito sul perchè di tutto. Riflessioni che non sono certe mancate a Paul Davies che – componendo in modo rigoroso ma vivace un quadro divulgativo delle maggiori teorie cosmologiche – ha passato in rassegna, nell’interessante saggio intitolato “Una Fortuna Cosmica – La vita nell’universo coincidenza o progetto divino?” tutte le risposte scientifiche all’enigma della nostra esistenza, mettendo in evidenza come la scienza oggi non abbia ancora trovato la spiegazione definitiva che cerca da sempre, lasciando per il momento senza conclusione certa questo dibattito millenario. Le teorie sull’universo analizzate nel saggio sono essenzialmente sette, scopriamole.

L’universo assurdo
Per Davies questa è probabilmente la posizione maggioritaria tra gli scienziati. Secondo questo punto di vista, l’universo è come è, misteriosamente, e per puro caso consente la vita. Avrebbe potuto essere altrimenti, ma ciò che vediamo è ciò che c’è. Se fosse stato differente, noi non saremmo qui a discuterne. L’universo può avere o no una profonda unità alla base, ma non c’è assolutamente alcun progetto, scopo o senso: quanto meno nessuno che noi potremmo comprendere. Non c’è nessun Dio, nessun progettista, nessun principio teleologico, nessun destino. La vita in generale, e gli esseri umani in particolare, sono un ornamento improprio in un vasto cosmo privo di significato, la cui esistenza è un mistero insondabile.

L’universo unico
Secondo questo punto di vista – spiega Davies – c’è una profonda unità soggiacente alla fisica, e “là fuori”, se soltanto saremo abbastanza abili da formularla, c’è una teoria matematica in grado di ripristinare tale unità. Qualunque cosa sia, risulterà fondata su un profondo principio matematico che non lascia spazio a modifiche. Tutte le leggi della fisica, tutti i parametri del modello standard, le varie costanti della natura, l’esistenza della spazio e del tempo con tre dimensioni e una, rispettivamente, l’origine dell’universo, la meccanica quantistica, lo spaziotempo relativistico e le sue proprietà casuali – il tutto, insomma – conseguirà in modo inesorabile da questa teoria unitaria finale. Sarà veramente una teoria del tutto. Nella versione estrema di questa posizione che il fisico inglese chiama “B1” l’universo deve esistere necessariamente come è: non avrebbe potuto essere altrimenti. Nella versione meno estrema “B2” l’universo avrebbe potuto essere differente: potrebbero esserci molte teorie unitarie che descrivono realtà coerenti diverse, ma quella che si cerca è semplicemente, senza alcuna ragione riconoscibile, l’unica che funziona.

Il multiverso
Per Davies una quota minoritaria, ma in crescita, degli scienziati oggi sostiene la teoria del multiverso. I moderni modelli cosmologici depongono con forza in favore dell’esistenza di una molteplicità di domini cosmici come configurazione naturale e generica in cui il big bang che ha dato origine al nostro universo è soltanto uno fra molti “bang” che generano una molteplicità di universi. Inoltre, sottolinea Davies, molte teorie che cercano di unificare la fisica predicono qualche specie di variabilità di alcune almeno delle costanti di natura – i parametri che entrano nel modello standard della fisica delle particelle – e in alcune di queste teorie c’è anche una variazione nella forma delle leggi della fisica a bassa energia, il che rende verosimile che esse varino da un dominio cosmico all’altro allorché gli universi si raffreddano uscendo dal crogiolo delle loro origini.

Paul Charles William Davies è un fisico, saggista e divulgatore scientifico inglese, famoso anche per i suoi studi di cosmologia e di esobiologia.

Il progetto intelligente
Il tradizionale punto di vista delle religioni monoteistiche è che l’universo è creato da Dio e progettato per essere idoneo alla vita perché la comparsa di esseri senzienti da parte del piano divino. Questa idea – afferma il fisico – ha il vantaggio di essere una spiegazione semplice della regolazione fine del cosmo e della sua idoneità alla vita e di essere una spiegazione naturale per coloro che hanno già deciso su altre basi che Dio esiste. Essa inoltre attribuisce le qualità progettuali dell’universo a un progettista, il che sembra piuttosto ragionevole. Tuttavia la concezione soffre dell’ovvio inconveniente di essere una tesi che non ammette repliche. La semplice dichiarazione “Dio l’ha fatto!” non fornisce spiegazioni reali di alcunché, a meno che si sia in grado di dire anche come e perché Dio l’abbia fatto. Secondo Davies un altro problema della tesi del progetto intelligente è che l’identità del progettista non ha necessariamente una qualsiasi relazione con il Dio del monoteismo tradizionale.

Il principio vitale
In questa teoria (a cui Davies protende) il carattere alla vita dell’universo deriva da una legge o principio di vasto respiro che costringe l’universo/multiverso a evolvere verso la vita e la mente. La teoria ha il vantaggio di prendere sul serio la vita, non trattandola né come una bella sorpresa completamente priva di spiegazione, né come un mezzo di selezione puramente passivo. Essa evita la sensazione di intrigo sostituendo a un dio manipolatore un principio finalistico più sottile. Secondo Davies la teoria introduce la finalità nei meccanismi del cosmo a livello fondamentale, senza postulare un agente preesistente privo di spiegazione che immetta la finalità in modo miracoloso. Lo svantaggio è che la teologia rappresenta una rottura decisiva con la tradizione del pensiero scientifico, nella quale l’evoluzione orientata da una fine o comunque direzionale è messa al bando come antiscientifica.

L’universo autoesplicativo
Secondo questa teoria (che Davies considera parimenti interessante come quella del principio vitale) una maniera per evitare di accettare come dato qualcosa di inspiegato – e su quella base su misura si deve poi costruire il resto del sistema esplicativo – è fare appello a un circolo chiuso esplicativo e causale. In tal modo l’universo (o il multiverso) spiega sé stesso. Esistono anche modelli che implicano circoli chiusi causali o causazione a ritroso nel tempo, in cui l’universo crea sé stesso. Il vantaggio di uno schema del genere è per Davies di essere autosufficiente, lo svantaggio è che continuiamo a non sapere perché questo universo (questo sistema che spiega sé stesso, che crea sé stesso) sia quello che esiste, a differenza di tutti gli altri sistemi autoesplicativi.

Il falso universo
Nella teoria del falso universo, secondo il fisico inglese, viviamo in una simulazione e ciò che prendiamo per il mondo reale è uno spettacolo ingegnosamente realizzato di realtà virtuale. Questa è una variante dello scenario del progetto intelligente, ma adattata all’era dell’informazione. La teoria gode gli stessi facili vantaggi del progetto intelligente ma ha il notevole inconveniente di insidiare la ricerca scientifica. Se l’universo è un inganno perché preoccuparsi di capire come funziona?

Stefano Primaluce

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