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Tra Principio Antropico e Dio, le visioni “sintonizzate” di Aczel e Penrose

È possibile riportare scienza e fede nei loro rispettivi ambiti e porre fine alla confusione disseminata da coloro che mirano a distruggere la fede nel nome della scienza? (pur non privilegiando un punto di vista di una qualsiasi tradizione di fede, né cercando di difendere le nostre, così spesso imperfette, istituzioni religiose). Ed ancora: è possibile affermare che la scienza dei nostri tempi non abbia affatto confutato l’esistenza di Dio?

Queste le domande fondamentali che si pose uno dei più grandi divulgatori scientifici di sempre – Amir D. Aczel – nel libro “Perchè la scienza non nega Dio“, pubblicato nel 2015 da Raffaello Cortina Editore.

L’idea base del saggio è che, per quanti sforzi si siano fatti, le argomentazioni di tipo scientifico non siano riuscite fino ad oggi a dimostrare che Dio non esiste, a cominciare dalla teoria darwiniana dell’evoluzione.
Tutto cominciò – spiega Aczel – da una domanda posta a Richard Dawkins durante una conferenza in Messico presso “La Ciudad de las Ideas”. Incuriosito da una frase di Dawkins, il quale affermò che la scienza è in grado di dimostrare che Dio non esiste, Aczel gli chiese: “Come puoi dire con certezza che Dio non esiste, senza avere prove? Non va contro il metodo scientifico? La risposta fu sbrigativa: “Beh, potresti anche credere negli unicorni” e se ne andò. Il libro – spiega Aczel – è stato scritto anche come risposta e come difesa del metodo scientifico generale. Con o senza Dio la scienza viene spesso trascinata e usata come prova, un malinteso quindi dell’applicazione dell’approccio scientifico stesso.

Nel saggio l’autore presenta in maniera chiara e quasi solenne le più avanzate teorie fisiche come la meccanica quantistica e la relatività.
Aczel, scomparso in Francia recentemente, si districa abilmente in labirinti concettuali come la teoria delle catastrofi, il caos, il nulla e l’infinito, il multiverso ma soprattutto il Principio Antropico. Proprio riguardo questo argomento l’autore coinvolge il lettore in serrate riflessioni prendendo come spunto gli studi di grandi menti della fisica, una su tutte quella di Roger Penrose: a mio avviso la parte migliore del saggio.

Il principio antropico – racconta Aczel – afferma che l’universo è fatto così com’è perché, se fosse differente, noi esseri umani non saremmo qui. Il principio antropico è stato uno dei più importanti strumenti nelle mani degli atei nella loro battaglia contro il concetto di un mondo creato da un Dio. L’universo che vediamo intorno a noi è caratterizzato da costanti sintonizzate in modo estremamente preciso; stiamo parlando di valori come la massa dell’elettrone e l’intensità della forza di gravità, da cui dipende l’esistenza del nostro mondo. Tutto ciò ha indotto alcuni a ritenere che se noi siamo qui, allora il mondo non può essere che così com’è. Dobbiamo vivere nell’unico universo ospitale per noi, perciò, entro un multiverso infinito, noi ci ritroviamo in quell’universo nel quale possiamo esistere. Il principio antropico, più l’esistenza di una congeria infinita di universi viene visto da alcuni come un buon sostituto di un Dio che avrebbe fatto di proposito le costanti della natura in maniera tale che noi potessimo vivere.

Amir D. Aczel (1950-2015), matematico e storico della scienza, ha scritto numerose opere di divulgazione scientifica.

Quando la scienza ha fatto irruzione in nuovi campi, sono emerse stranezze come quelle di cui tratta la teoria quantistica – spiega l’autore – introducendo gradualmente il pensiero di Penrose. Roger Penrose – sottolinea Aczel – ha trascorso una vita a cercare di capire i meccanismi dell’universo. Ed è giunto ad una conclusione stupefacente: se l’entropia dello spazio fosse stata leggermente diversa da quella che è in realtà, anche per una minuscola frazione, l’universo non esisterebbe. Quindi l’universo deve essere stato “sintonizzato” a un livello di finezza che possiamo difficilmente concepire. Scrive Penrose: “Si può far ricorso al principio antropico per spiegare la natura molto speciale del Big Bang? Questo principio può essere incorporato come parte del quadro inflazionario, in modo che uno stato inizialmente caotico possa nonostante ciò condurre a un universo come quello in cui viviamo, in cui signoreggia la seconda legge della termodinamica”?.

La seconda legge della termodinamica afferma che l’entropia di un sistema isolato aumenta con il passare del tempo. Il modello di Penrose di un universo che consenta alla vita umana di scaturire presenta determinati requisiti, come il mantenimento della seconda legge e le condizioni di equilibrio delle temperature e di altre variabili che sono con essa coerenti.
Abbiamo davvero bisogno dell’intero universo osservabile affinchè si abbia vita senziente?” – si chiede Aczel. Stando alla risposta di Penrose solo una parte minima dell’universo sarebbe costretta ad avere condizioni favorevoli per sostenere la vita e l’intelligenza.

Una bella idea ha molte più probabilità di essere giusta di una brutta idea

Penrose traccia un ritratto di un ipotetico “Creatore” che addita un punto infinitesimamente piccolo entro un universo, allo scopo di creare l’universo che abbiamo in realtà. Tutt’altro che religioso, Penrose nondimeno comprende che soltanto qualcosa di simile a un miracolo avrebbe potuto creare il nostro mondo con l’esatta quantità di entropia richiesta per la sua esistenza. Cercando ragioni alternative per questa straordinaria “coincidenza” cosmica dalla probabilità terribilmente piccola, Penrose ammette pure che una teoria definitiva della gravità quantistica possa un giorno fornirci una risposta differente.

Stefano Primaluce

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