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Troiani di Nettuno, l’Osservatorio Rubin scova i compagni nascosti del pianeta: raddoppiati i fossili del Sistema solare nella nube che lo segue

Schema del Sistema solare esterno con le orbite dei pianeti giganti e la posizione di un asteroide troiano di Nettuno
Immagine: Deep Ecliptic Survey Team/NOAO/AURA/NSF / Wikimedia Commons, CC BY 4.0

Ai confini del Sistema solare, a circa 30 volte la distanza Terra-Sole, Nettuno non viaggia da solo. Davanti e dietro di lui, lungo la stessa orbita, si muovono due sciami di piccoli corpi ghiacciati: sono gli asteroidi troiani, compagni di strada che il pianeta si porta dietro da miliardi di anni. Uno dei due sciami, però, è rimasto per lungo tempo quasi invisibile. Ora il nuovo Osservatorio Vera C. Rubin, in Cile, ha cominciato a squarciare il velo: nei suoi primi dati sono saltati fuori due nuovi troiani “primordiali” nella nube che segue Nettuno, più un terzo candidato.

Può sembrare un bottino modesto, ma non lo è. Fino a oggi gli oggetti di questo tipo noti nella nube posteriore erano appena due: con le nuove scoperte, descritte su The Astrophysical Journal Letters da un gruppo internazionale guidato da Megan Schwamb della Queen’s University Belfast, il campione raddoppia. E soprattutto è solo l’inizio: il grande censimento del cielo che Rubin ha appena avviato promette di trasformare questi fossili del Sistema solare in una popolazione finalmente studiabile.

Che cosa sono i troiani e perché contano

Quando un pianeta gira attorno al Sole, esistono cinque punti speciali, detti punti di Lagrange, in cui l’attrazione gravitazionale dei due corpi e il moto orbitale si bilanciano. Due di questi, chiamati L4 e L5, si trovano sulla stessa orbita del pianeta, rispettivamente 60 gradi davanti e 60 gradi dietro. Sono zone stabili: un piccolo corpo che vi capiti dentro può restarci intrappolato per tempi lunghissimi, oscillando attorno al punto senza mai allontanarsene davvero. Gli astronomi parlano di risonanza 1:1, perché l’asteroide compie un giro attorno al Sole esattamente nello stesso tempo del pianeta.

I troiani più famosi sono quelli di Giove, scoperti già all’inizio del Novecento e oggi noti a migliaia: per ogni troiano di Nettuno catalogato ce ne sono circa 450 di Giove. Eppure le stime suggeriscono che quelli di Nettuno siano in realtà da 4 a 10 volte più numerosi. Semplicemente sono molto più lontani, più deboli e difficili da trovare: in tutto se ne conoscono poco più di trenta.

L’interesse non è solo da collezionisti. Molti di questi corpi occupano orbite stabili per miliardi di anni: sono quindi residui originari, catturati quando i pianeti giganti stavano ancora assestando le loro orbite. Le loro inclinazioni, i colori delle superfici e il modo in cui oscillano attorno ai punti di Lagrange conservano la memoria di quell’epoca turbolenta, per esempio di come Nettuno sia migrato verso l’esterno attraverso il disco di materiale da cui si sono formati i pianeti.

Una nube nascosta dietro la Via Lattea

Il motivo per cui la nube L5 è rimasta così poco esplorata è curioso, e ha a che fare con la prospettiva. Per oltre quindici anni, vista dalla Terra, quella regione dell’orbita di Nettuno si è proiettata proprio sul piano della nostra galassia, e in buona parte sulla direzione del centro galattico: la zona più affollata di stelle dell’intero cielo. Cercare un debolissimo puntino che si sposta lentamente in mezzo a una folla sterminata di stelle è come cercare una lucciola in una piazza illuminata.

Nel 2025, finalmente, il lento moto di Nettuno ha portato una parte consistente della nube fuori dal piano galattico. E il caso ha voluto che, proprio in quei mesi, Rubin stesse conducendo una campagna di osservazioni di prova durante la messa in servizio, la cosiddetta Science Validation, che ha coperto anche una porzione di quella zona di cielo.

Come sono stati trovati e confermati

Rubin è uno strumento pensato esattamente per questo tipo di caccia: uno specchio da 8,4 metri e la più grande fotocamera digitale mai costruita per l’astronomia, da 3,2 miliardi di pixel, che inquadra in un colpo solo 9,6 gradi quadrati di cielo, quasi 50 volte l’area della Luna piena. Ripassando più volte sugli stessi campi, i software automatici dell’osservatorio individuano gli oggetti che si spostano rispetto alle stelle e ne ricostruiscono le orbite.

Tra i corpi emersi in questo modo, il gruppo di Schwamb, che comprende ricercatori di università e istituti di Stati Uniti, Regno Unito e Brasile e ha visto un ruolo di primo piano di studenti dell’ateneo di Belfast, ha isolato tre candidati: 2025 MH348, 2025 NN80 e 2025 MD138. Per capire se fossero veri troiani di lunga durata, i ricercatori hanno simulato al computer l’evoluzione delle loro orbite, insieme a 100 “cloni” leggermente diversi che tengono conto delle incertezze delle misure, per un miliardo di anni. Per i primi due il verdetto è netto: tutti i cloni restano agganciati a Nettuno, con orbite quasi immutate. Il terzo, osservato per appena 38 giorni, è più incerto: solo 23 cloni su 100 sopravvivono come troiani dopo un miliardo di anni, e per questo resta un candidato.

Lo studio ha un valore anche metodologico: è la prima caratterizzazione di oggetti scoperti dalla catena di analisi automatica di Rubin con un ritmo di osservazione simile a quello del survey vero e proprio. Una sorta di prova generale per il diluvio di dati in arrivo.

Due nubi gemelle

Grazie alle osservazioni in più filtri, gli autori hanno potuto stimare anche i colori delle superfici dei nuovi troiani. Combinati con quelli dei due oggetti già noti, risultano compatibili con quelli della nube L4, che precede il pianeta ed è molto meglio studiata. È un indizio che le due nubi abbiano avuto origine dalla stessa popolazione di corpi primordiali, come si osserva anche per i due sciami di Giove. Con soli quattro membri confermati, però, gli stessi ricercatori avvertono che è presto per trarre conclusioni definitive, per esempio sulla relazione tra dimensioni e inclinazione delle orbite.

La pesca vera comincia adesso

Il Legacy Survey of Space and Time, il censimento decennale di Rubin, è partito alla fine di giugno 2026, ma a metà luglio le operazioni sono state sospese dopo forti piogge e nevicate sul Cerro Pachón, con la ripresa prevista nella primavera australe. Le previsioni indicano che il survey potrebbe quadruplicare il numero di troiani di Nettuno conosciuti, con decine o forse centinaia di nuove scoperte nella sola nube L5, in gran parte nei primi due anni. Le aree del cielo che coprono questa regione saranno osservate già nei prossimi mesi.

Per i planetologi è una prospettiva entusiasmante: un archivio quasi intatto delle origini del Sistema solare, rimasto nascosto dietro le stelle della Via Lattea, sta per essere aperto. I due piccoli mondi ghiacciati appena scoperti, come scrivono gli autori, sono soltanto la punta dell’iceberg.

Stefano Camilloni


Riferimento scientifico: Megan E. Schwamb et al., NSF-DOE Vera C. Rubin Observatory’s First View of the Neptune Trojan L5 (Trailing) Cloud: Two New Long-Term Stable Trojans, The Astrophysical Journal Letters (2026). Preprint: arXiv:2610.38309.

DOI: https://doi.org/10.3847/2041-8213/aead9a

Fonte: Phys.org; articolo scientifico su IOPscience.

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