Minuscoli frammenti di tecnologia prodotti da civiltà vissute miliardi di anni fa potrebbero aver attraversato la Galassia e finire intrappolati nel suolo lunare. È l’affascinante ipotesi di un gruppo di ricercatori che propone di trasformare la Luna in un gigantesco archivio archeologico della Via Lattea.
Per decenni la ricerca di civiltà extraterrestri si è basata soprattutto sull’ascolto. Grandi radiotelescopi scrutano il cielo alla ricerca di segnali artificiali, nella speranza di captare una trasmissione proveniente da qualche pianeta lontano. Ma questo metodo presenta un problema fondamentale: per ricevere un messaggio dobbiamo esistere nello stesso momento di chi lo sta trasmettendo. Su scala cosmica è una coincidenza tutt’altro che scontata.
La Via Lattea ha più di 13 miliardi di anni. Una civiltà tecnologica potrebbe essere comparsa, essersi sviluppata e poi scomparsa centinaia di milioni o persino miliardi di anni prima della nascita dell’umanità. Le sue trasmissioni radio sarebbero ormai passate da tempo nelle regioni dello spazio occupate oggi dal Sistema solare. Ma cosa accadrebbe se, invece dei suoi segnali, fossero sopravvissuti minuscoli frammenti della sua tecnologia?
È la domanda alla base di uno studio firmato da Lewis J. Pinault, Brian C. Lacki, Ian A. Crawford e Andrew P. V. Siemion, disponibile come preprint su arXiv e sottoposto all’International Journal of Astrobiology. Gli autori propongono una nuova forma di ricerca SETI: cercare nel suolo lunare particelle artificiali provenienti da altri sistemi stellari.
La Luna come archivio della Galassia
L’idea può sembrare fantascientifica, ma parte da una caratteristica molto concreta della Luna. Il nostro satellite è praticamente privo di atmosfera, non possiede oceani, piogge o erosione paragonabile a quella terrestre e non presenta una tettonica a placche capace di riciclare continuamente la superficie. Per questo il materiale che cade sul suolo lunare può sopravvivere per periodi enormemente più lunghi rispetto a quanto accadrebbe sulla Terra. Da miliardi di anni la superficie della Luna viene colpita da meteoriti, micrometeoriti e minuscoli granelli provenienti dallo spazio. Tra quei granelli, suggeriscono i ricercatori, potrebbero teoricamente trovarsi anche particelle di origine tecnologica.
Non significa che una civiltà extraterrestre abbia visitato la Luna. Il meccanismo ipotizzato è molto più sottile: frammenti artificiali potrebbero essere stati espulsi da sistemi planetari lontani e aver viaggiato attraverso lo spazio interstellare per milioni o centinaia di milioni di anni prima di raggiungere casualmente il Sistema solare. Una sorta di polvere archeologica cosmica.
I rifiuti di una civiltà avanzata
Lo studio considera due possibilità. La prima riguarda quelle che vengono chiamate particelle di Arkhipov, dal nome dell’astronomo ucraino Alexei Arkhipov, che propose concetti simili negli anni Novanta. Sarebbero minuscoli frammenti prodotti involontariamente dall’attività di civiltà tecnologicamente molto avanzate.
Immaginiamo, per esempio, una società capace di costruire gigantesche infrastrutture nello spazio, magari sciami di satelliti destinati a raccogliere l’energia della propria stella. Nel corso di milioni di anni collisioni, deterioramento e distruzione delle strutture produrrebbero enormi quantità di detriti. Una piccolissima parte potrebbe essere espulsa dal sistema stellare di origine e iniziare un viaggio attraverso la Galassia.
La seconda possibilità è ancora più intrigante. Le cosiddette particelle di Bracewell, dal fisico Ronald Bracewell, sarebbero invece oggetti inviati deliberatamente nello spazio: minuscole sonde, o una sorta di “polvere intelligente”, progettate per diffondersi verso altri sistemi planetari. In questo scenario non parleremmo quindi di rifiuti tecnologici, ma di messaggeri microscopici.
Un viaggio di miliardi di chilometri
Il problema è capire se particelle così piccole riuscirebbero realmente a sopravvivere a un viaggio interstellare. Lo spazio tra le stelle non è completamente vuoto. Radiazioni cosmiche, gas e minuscoli granelli possono progressivamente danneggiare qualsiasi materiale.
Secondo i modelli presentati nello studio, però, particelle realizzate con materiali estremamente resistenti – come ceramiche avanzate, grafene o particolari leghe metalliche – potrebbero sopravvivere per periodi compresi indicativamente tra 100 milioni e un miliardo di anni. I calcoli suggeriscono inoltre che granelli con dimensioni caratteristiche di circa 0,3 micrometri potrebbero percorrere distanze dell’ordine dei kiloparsec, cioè migliaia di anni luce. Resta però un altro ostacolo: l’arrivo sulla Luna.
Un frammento che colpisse la superficie lunare a decine di chilometri al secondo verrebbe quasi certamente vaporizzato. Gli autori individuano tuttavia un possibile meccanismo di rallentamento: per particelle con determinate dimensioni e densità, la pressione della radiazione solare potrebbe ridurre la velocità di ingresso nel Sistema solare. Una piccola frazione dei granelli potrebbe quindi raggiungere il sistema Terra-Luna abbastanza lentamente da sopravvivere all’impatto.
Cercare un granello tra mille miliardi
Ed è qui che la proposta diventa quasi un esperimento di archeologia extraterrestre. Un metro cubo di regolite lunare pesa circa una tonnellata e mezza e contiene più di un trilione di particelle microscopiche. Cercare manualmente qualcosa di artificiale all’interno di quella massa sarebbe praticamente impossibile. La soluzione potrebbe arrivare dall’intelligenza artificiale.
I ricercatori propongono di analizzare sistematicamente il terreno lunare attraverso microscopi elettronici ad alta risoluzione. Algoritmi di computer vision potrebbero esaminare automaticamente enormi quantità di immagini e individuare particelle con forme, strutture o composizioni insolite. Gli oggetti sospetti verrebbero successivamente studiati con tecniche più sofisticate, come microscopia ionica e nanotomografia.
L’obiettivo sarebbe identificare caratteristiche difficilmente spiegabili da processi naturali: leghe improbabili, microstrutture organizzate, geometrie artificiali o combinazioni isotopiche anomale.
Anche non trovare nulla sarebbe importante
Uno degli aspetti scientificamente più interessanti della proposta è che anche un risultato negativo avrebbe valore. Secondo i calcoli degli autori, se l’analisi accurata di un metro cubo di regolite lunare non mostrasse alcuna tecnofirma, sarebbe già possibile porre alcuni limiti alla quantità di materiale artificiale che eventuali civiltà avanzate potrebbero aver disperso nella Galassia.
In particolare, una mancata rilevazione permetterebbe di escludere alcuni scenari nei quali stelle simili al Sole avrebbero diffuso, nel corso della storia galattica, quantità molto elevate di detriti tecnologici persistenti. È un cambiamento importante di prospettiva: il SETI tradizionale cerca soprattutto civiltà che esistono adesso, questa nuova strategia potrebbe invece cercare civiltà che sono esistite in passato.
L’archeologia extraterrestre
Gli autori utilizzano un’espressione particolarmente evocativa: exo-archeology, archeologia extraterrestre. La Luna diventerebbe così qualcosa di più di un obiettivo per l’esplorazione spaziale o di una futura base per astronauti. Potrebbe essere considerata come un gigantesco deposito di materiale che il Sistema solare ha raccolto attraversando la Via Lattea durante miliardi di anni.
Naturalmente siamo ancora nel campo delle ipotesi. Nessun frammento di tecnologia extraterrestre è stato trovato e non esistono prove che una civiltà aliena abbia mai disperso materiale artificiale nello spazio interstellare. Lo studio mostra però che l’idea può essere formulata in termini quantitativi e, soprattutto, verificabili sperimentalmente. Ed è proprio questo che rende la proposta scientificamente interessante.
Nei prossimi decenni nuove missioni lunari riporteranno sulla Terra campioni sempre più numerosi e provenienti da regioni diverse del satellite. Parallelamente potrebbero nascere laboratori direttamente sulla Luna capaci di analizzare grandi quantità di regolite. Forse non troveremo nulla. Ma se anche un solo granello mostrasse inequivocabilmente una struttura artificiale e un’origine extrasolare, sarebbe difficile immaginare una scoperta più importante. Perché quel frammento microscopico non sarebbe soltanto un pezzo di materiale. Sarebbe il reperto archeologico di una civiltà nata sotto un’altra stella, forse scomparsa quando sulla Terra non esistevano ancora esseri umani – o quando non esistevano nemmeno gli animali.
E la risposta a una delle domande più antiche della nostra specie, “siamo soli nell’Universo?”, potrebbe allora trovarsi non in un lontanissimo segnale radio, ma dentro una manciata di polvere grigia raccolta sulla Luna.
Stefano Camilloni

