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Luca Nardi: «L’astronomia è un esercizio di umiltà. E il mondo più incredibile dell’Universo è la Terra»

Dai pianeti di Star Wars agli oceani viventi di Solaris, dalle sonde su Marte ai paradossi della divulgazione sui social. L’astrofisico e divulgatore scientifico racconta il suo nuovo libro Mondi impossibili, il confine tra scienza e immaginazione e quella curiosità che dovrebbe accompagnarci per tutta la vita.

C’è un filo sottile che collega le fantasie di un adolescente davanti a Star Trek al lavoro di uno scienziato che analizza i dati trasmessi da una sonda in orbita attorno a Marte. È lo stesso filo che attraversa Mondi impossibili, il nuovo libro dell’astrofisico e divulgatore scientifico Luca Nardi: il desiderio di esplorare ciò che non conosciamo, anche quando per farlo dobbiamo spingerci oltre i confini della realtà.

Nardi appartiene a quella generazione di divulgatori che ha trovato nel web un nuovo spazio per raccontare la scienza, senza rinunciare alla complessità degli argomenti. Eppure, dietro la familiarità con YouTube e i social, si nasconde un carattere decisamente più riservato: un appassionato lettore che confessa di aver avuto, in passato, persino gli incubi all’idea di parlare davanti a un pubblico.

Il suo percorso scientifico lo ha portato a studiare l’atmosfera marziana attraverso i dati delle missioni Mars Express e Trace Gas Orbiter. Con Mondi impossibili, invece, il viaggio si sposta verso luoghi che esistono soltanto nella letteratura, nel cinema e nell’animazione: da Tatooine a Pandora, da Solaris ai pianeti di Dragon Ball. Mondi immaginari che diventano occasioni per interrogarsi sulle leggi della fisica, sulla possibilità della vita extraterrestre e sui limiti della nostra comprensione dell’Universo.

Lo abbiamo intervistato per parlare del suo libro, ma anche di ciò che rende la scienza un’avventura intellettuale, del potere delle narrazioni e di un paradosso contemporaneo: raccontare la conoscenza attraverso piattaforme che sembrano progettate per sottrarci il tempo necessario ad approfondirla.

La fantascienza ti ha portato all’astrofisica e adesso l’astrofisica ti ha riportato alla fantascienza. Se potessi parlare con il Luca adolescente che leggeva Asimov e guardava Star Trek, quale scoperta scientifica reale gli racconteresti per convincerlo che l’Universo è diventato persino più strano di quello che stava leggendo?

Penso che al Luca adolescente la cosa che avrebbe colpito di più sarebbe stata l’ipotesi Planet Nine, il possibile nuovo pianeta oltre l’orbita di Nettuno. Ho sempre avuto una predilezione per le scienze planetarie, lo studio dei pianeti a tutto tondo, e infatti tutta la mia carriera è stata improntata su questo. Amavo i pianeti che puntata dopo puntata vedevo in Star Trek, così come quelli iconici di Star Wars e quelli raccontati nelle Fondazioni di Asimov. Al telescopio mi fissavo a guardare i pianeti, Giove e Saturno in primis; una delle mie cose preferite in assoluto era guardare quei 4 puntini luminosi, le lune medicee, danzare attorno a Giove notte dopo notte. Ecco, ipotizzare un nuovo pianeta, misterioso e che nessuno ha ancora mai scoperto, mi avrebbe fatto impazzire. Non è un caso se il mio libro precedente, Pianeti Mancanti, l’ho scritto proprio su questo argomento.

In Mondi impossibili passi da Tatooine a Pandora, da Solaris al pianeta di Miller, fino a Dragon Ball. Ma facciamo il gioco opposto: qual è il mondo della fantascienza che da astrofisico avresti voluto bocciare senza pietà e che invece, facendo i conti, hai scoperto essere sorprendentemente plausibile? E qual è quello apparentemente realistico che scientificamente non sta in piedi?

Non so fino a che punto lo definirei “plausibile”, ma direi che quello che mi ha stupito veder preso in considerazione dalla scienza è Solaris. Il mondo che nell’omonimo romanzo di Lem è coperto da un unico organismo (forse) vivente a forma di oceano. Studiando per Mondi Impossibili ho scoperto che c’è stata un’idea, mai estinta del tutto, che è quella dell’ipotesi Gaia di James Lovelock. L’idea è che gli ecosistemi, sul lungo periodo, possano divenire così tanto interconnessi da divenire de facto un singolo organismo vivente. L’ipotesi è stata, e in parte è ancora, molto criticata e in alcune derivazioni considerata pseudoscientifica. Però mi ha sorpreso vedere che sia stata oggetto di speculazione e dibattito scientifico vero e proprio. Di apparentemente realistico che però presenta gravi problemi direi Pandora di Avatar. Sulla carta non c’è molto di strano, è una luna abitabile di un gigante gassoso e che potrebbe in linea di principio ospitare la vita. Poi però scopri che ci sono enormi montagne fatte di un minerale superconduttore tenute sollevate dal campo magnetico tramite effetto Meissner (lo stesso fenomeno che rende possibile i treni magnetici): per riuscire a tenere su le montagne, il campo magnetico dovrebbe essere così forte da sterilizzare completamente la vita su Pandora.

In Solaris incontriamo qualcosa che potrebbe essere vivo ma che mette in crisi la nostra stessa definizione di vita. Quanto siamo prigionieri della Terra quando cerchiamo vita nell’Universo? C’è il rischio che un giorno troviamo qualcosa di alieno e semplicemente non ci accorgiamo che è vivo?

Siamo estremamente prigionieri, non tanto della Terra quanto di noi stessi, e l’astronomia ci dà una grossa mano in tal senso. A ben vedere tutta la storia dell’astronomia è proprio una sequenza di processi e rivoluzioni che ci hanno portato a togliere la presunta posizione privilegiata all’umanità. Prima la Terra era al centro dell’Universo, addirittura composta da una materia diversa rispetto a quella celeste. Poi il Sole divenne il centro ma comunque il centro dell’Universo. Poi abbiamo capito che tutte le stelle della Via Lattea erano altri soli, e che noi eravamo addirittura in periferia. Poi che la Via Lattea era solo una galassia fra tante, e addirittura che l’Universo un centro non lo aveva proprio. Infine abbiamo iniziato a scoprire altri pianeti, o a immaginare altri universi. Ma sono convinto che molti continuino a pensare che gli esseri umani siano qualcosa di speciale rispetto al resto della natura. Solaris ci mette proprio di fronte all’interrogativo: ci possono essere altre forme di vita nell’Universo così diverse da noi da rendere la nostra solo un tipo di vita tra tante? L’astronomia è un esercizio di umiltà, come disse qualcuno decisamente più famoso di me.

Hai passato anni del tuo dottorato ad analizzare l’atmosfera reale di Marte attraverso i dati di Mars Express e Trace Gas Orbiter. Poi hai passato mesi a studiare pianeti che non esistono. Ti ha dato più libertà il pianeta immaginario o più immaginazione quello reale?

Bella domanda, difficile la risposta. Secondo me le due cose vanno di pari passo, non si autoescludono: la scienza e la fantascienza sono due modi diversi di raccontare storie. La prima ha il dovere di tenersi attaccata ai dati e quelle “storie” sono il significato che si dà ai dati per cercare di scoprire come funziona la natura. La fantascienza ha invece il compito di fare un passetto in più, andare oltre i confini imposti dai dati per cercare di capire come potrebbe essere, più in là, quella stessa natura. La scienza studia, e la fantascienza immagina, ma l’oggetto di entrambe è sempre quella meraviglia che proviamo esplorando altri mondi.

Da ragazzo guardavi Kirk e Spock esplorare mondi sconosciuti; poi sei diventato uno scienziato planetario. Però oggi gran parte dell’esplorazione consiste nello stare davanti a uno schermo ad analizzare dati inviati da una sonda. Abbiamo romanticizzato troppo il mestiere dello scienziato oppure l’esplorazione può essere altrettanto potente anche senza mettere fisicamente piede in un luogo?

Secondo me lo romanticizziamo troppo poco, e la fantascienza è utilissima anche per questo. Mi spiego meglio. Il lavoro della ricerca, in qualsiasi campo, ha sempre avuto una grande componente “noiosa”, in cui il ricercatore deve fare cose ripetitive, guardare dati, grafici, statistiche. E questo è vero oggi al pc quanto in passato su carta o persino sulle tavolette dei babilonesi. Ma quello che spinge un ricercatore a sopportare questa parte tediosa del lavoro è sapere cosa c’è dietro: durante il dottorato vedevo tabelle di dati ma sapevo che quei dati erano stati presi da una sonda a decine di milioni di chilometri di distanza, che proprio in quel momento stava osservando Marte, un altro mondo. In un certo senso stavo esplorando Marte, usando la sonda come tramite. Ecco, la fantascienza secondo me può aiutare a mantenere vivo questo senso di esplorazione, che nella pratica quotidiana della ricerca rischia di perdersi.

Hai raccontato che potresti tranquillamente passare le giornate chiuso in casa o in biblioteca a leggere e scrivere, e contemporaneamente fai un mestiere che ti porta sui social, su YouTube e davanti a centinaia di persone. Quale dei due Luca è quello vero: quello che vuole raccontare l’Universo a tutti o quello che vorrebbe essere lasciato in pace con un enorme libro sui funghi?

Direi tutti e due. Se c’è una cosa di cui sono contento è che penso di essere rimasto fedele a me stesso anche se il lavoro che faccio è quanto di più lontano ci sia da ciò che mi verrebbe spontaneo fare. Il fulcro di quel che faccio è sempre un’attività in qualche modo privata: quando scrivo libri, video o conferenze, sono effettivamente sempre quel topo da biblioteca. Sono io a tu per tu con lo studio e la ricerca. Di base sono una persona riservata, timida e socialmente impacciata. Per capirci, anni fa avevo gli incubi al pensiero di dover parlare anche solo di fronte a un piccolo pubblico, era una delle cose che mi spaventava di più in assoluto. E però ho giocato a troppi videogiochi per non incaponirmi di fronte al boss finale: volevo affrontare questa paura perché avevo desiderio di condividere la meraviglia per quel che studiavo. E così ho scoperto che la paura di parlare in pubblico è una di quelle cose che quando ti dicono che la superi facendola, non mentono. Oggi infatti sono più tranquillo, mi capita di parlare anche di fronte a centinaia di persone, non dico che non mi metta ansia (lo fa), ma è una cosa che so che posso fare. Lì fuori ci sono tantissime persone che condividono la mia stessa passione, e sebbene io resti quel topo da biblioteca, ho trovato la gioia di condividere quel che amo.

Tu lavori su YouTube e sui social, ma hai definito lo smartphone il principale nemico della lettura e usi perfino un’app che fa morire un alberello virtuale se tocchi il telefono mentre dovresti concentrarti. Non c’è un paradosso nel fare il divulgatore scientifico combattendo ogni giorno contro gli stessi strumenti con cui divulghi?

Sicuramente è un paradosso, le nostre vite e la società sono piene di paradossi e compromessi che uno deve ricercare per non combattere i mulini a vento. I social, per come sono pensati, si nutrono di attenzione, e questo è diventato particolarmente invasivo da quando sono arrivati i video brevi, pilloline di pochi secondi che scorrono in un rullo senza fine. Hanno la stessa logica del gioco d’azzardo, che si basa sul senso di ricompensa, e in un attimo ti ritrovi ad aver passato ore a scorrere contenuti senza ottenere alcun valore aggiunto alla tua vita. Il mio compromesso è stare su queste piattaforme ma impormi di creare cose che non siano uno spreco di tempo altrui o rumore mediatico. Magari non sempre ci riesco, ma nelle mie intenzioni le cose che creo devono essere solo quelle che danno un valore aggiunto a chi ascolta. Che finito un video chi lo ha seguito possa sentirsi davvero arricchito in qualche modo. Quando inizio i miei video dico sempre che parlerò di un argomento “con calma”, e questo non è solo uno slogan, è proprio il fulcro di quel che penso al riguardo. Per lo stesso motivo, penso che in questa epoca storica le vere vittorie professionali per un divulgatore siano due. La prima è quando le persone si sentono così coinvolte e attivamente interessate da venire agli eventi e alle conferenze, aggiungendo così la dimensione sociale alla cultura. La seconda è proprio quando leggono i libri: una trasmissione di cultura lenta, ragionata e approfondita, che arricchisce più di un milione di reel.

Hai detto di non amare particolarmente il debunking e di preferire raccontare qualcosa di bello piuttosto che passare il tempo a smontare ciò che gli altri credono. Ma la fantascienza vive proprio nel territorio in cui vero, possibile e impossibile si confondono. Esiste secondo te una buona “bugia scientifica”, qualcosa di completamente falso che però può insegnarci a pensare meglio la realtà?

Mi viene in mente la famosa storia dei canali marziani. La storia è lunga, ma semplificando a fine ‘800 Giovanni Schiaparelli prima e soprattutto Percival Lowell poi, si convinsero di vedere dei canali artificiali su Marte. Lowell in particolare fu un grandissimo sostenitore di questo, arrivando a costruirci sopra una storia che potremmo definire fantascientifica (per quanto lui ne fosse convinto): lui riteneva che i canali marziani li avessero costruiti degli esseri simili agli umani per portare l’acqua dalle calotte di Marte fino all’equatore, dove si sarebbero trovate le loro città. Ecco, secondo me ci insegna una cosa fondamentale: che per il nostro cervello la potenza di una narrazione è maggiore di qualsiasi dato scientifico. Dobbiamo farci attenzione, quando interpretiamo il mondo, nella scienza ma anche nella vita di tutti i giorni. Per esempio nella politica, quando politiche reazionarie, nazionaliste e guerrafondaie vincono, è perché hanno offerto una narrazione gretta ma apparentemente convincente.

Hai raccontato che una delle domande che più ti ha spiazzato al Planetario è stata quella di un bambino: “Ma quindi di giorno c’è luce nello spazio?”. Se potessi scegliere una sola domanda apparentemente ingenua da mettere in testa a tutti gli adulti che leggono Mondi impossibili, quale sarebbe?

Non penso di dover mettere in testa nulla a nessuno per mia volontà, ciò mi renderebbe un manipolatore, ma spero che dalla lettura scaturiranno spontaneamente delle domande, questo sì. Possibilmente saranno domande che non avevo neppure immaginato e che mi spiazzeranno, proprio come quella del bambino! Se i lettori si sentiranno completi dopo la lettura, non penso che avrò fatto bene il mio lavoro. In fondo la scienza non è proprio questo? Cercare risposte, e trovare sempre altre domande.

Per l’ultima domanda dimentica per un momento l’astrofisico. Puoi progettare un pianeta senza rispettare nessuna legge della fisica. Gravità, cielo, oceani, lune, ecosistemi, durata del giorno: tutto è permesso. Com’è il mondo impossibile di Luca Nardi?

Sai che c’è? Potrei anche mettermi a fare un sottile world building e immaginare le cose strane più disparate, ma la verità è che qualsiasi mondo che potrei creare, immaginandolo adatto per noi, finirebbe inevitabilmente col somigliare alla Terra. La straordinarietà dei mondi lì fuori, possibili o impossibili che siano, ci racconta proprio che tra tutti i mondi dell’Universo è proprio il nostro quello che per noi è più incredibile. Non è retorica, o forse solo un po’, potremmo studiare ogni ambiente e ogni creatura per millenni e comunque continuare a non capirli fino in fondo.

Stefano Camilloni

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