Quando pensiamo alla ricerca della vita extraterrestre immaginiamo generalmente astronomi intenti a studiare pianeti lontani alla ricerca di acqua, ossigeno, metano o altre sostanze che possano tradire la presenza di organismi viventi. Ma se il modo migliore per scoprire che non siamo soli nell’Universo fosse invece cercare le tracce lasciate dalla tecnologia?
È l’idea sviluppata da un gruppo di astronomi e astrobiologi guidato da Jason T. Wright, della Pennsylvania State University, in uno studio pubblicato su The Astrophysical Journal Letters. Secondo i ricercatori, nella Via Lattea le cosiddette tecnofirme, o technosignatures, potrebbero in alcuni scenari essere più numerose, durature e facilmente identificabili delle tradizionali firme biologiche.
La distinzione è fondamentale. Una biosignature è un segnale compatibile con la presenza di vita: per esempio particolari combinazioni di gas nell’atmosfera di un pianeta che potrebbero essere prodotte da processi biologici. Una tecnofirma, invece, è una conseguenza osservabile dell’attività di una civiltà tecnologica: emissioni radio artificiali, potenti laser, inquinamento industriale, grandi strutture nello spazio, satelliti o quantità anomale di calore disperso potrebbero, almeno in linea teorica, rientrare in questa categoria.
Ripensare l’equazione di Drake
Il punto di partenza dello studio è una delle formule più celebri dell’astrobiologia: l’equazione di Drake, proposta nel 1961 dall’astronomo Frank Drake per ragionare sul numero di civiltà extraterrestri comunicanti che potrebbero esistere nella nostra galassia.
A prima vista sembrerebbe logico aspettarsi che la vita semplice sia molto più comune della vita tecnologica. Sulla Terra, per esempio, la vita è apparsa miliardi di anni prima dell’emergere di una specie capace di costruire radiotelescopi e sonde spaziali. Per ogni pianeta con una civiltà tecnologica potrebbero quindi esistere moltissimi mondi popolati soltanto da microrganismi.
Wright e colleghi, però, sottolineano un problema: il numero di luoghi in cui una tecnologia può essere osservata non deve necessariamente coincidere con il numero di pianeti sui quali quella tecnologia è nata.
Da qui nasce l’idea di considerare separatamente due versioni dell’equazione di Drake: una dedicata alle biosignature, indicata come N(bio), e una alle tecnofirme, N(tech). Gli autori mostrano che, nonostante l’origine della vita tecnologica possa essere molto più rara, non è affatto inevitabile che N(bio) sia sempre enormemente maggiore di N(tech). In determinate condizioni potrebbe verificarsi persino il contrario.
Una tecnologia può sopravvivere ai suoi creatori
Il primo motivo riguarda il tempo. Una biosfera esiste finché continuano a esistere le condizioni necessarie alla vita. Una tecnologia, invece, potrebbe lasciare tracce anche quando chi l’ha costruita è scomparso.
Immaginiamo una civiltà extraterrestre capace di realizzare enormi strutture nello spazio, satelliti, sistemi automatici o impianti per raccogliere energia dalla propria stella. Alcune di queste opere potrebbero teoricamente rimanere riconoscibili molto più a lungo della civiltà che le ha costruite.
È un punto particolarmente importante perché nell’equazione di Drake compare il parametro L, che rappresenta la durata durante la quale una civiltà o i suoi segnali risultano rilevabili. Secondo gli autori, prendere l’esperienza umana come riferimento per stimare questo valore potrebbe essere fuorviante: una tecnologia sufficientemente resistente potrebbe sopravvivere persino ai propri creatori e, in casi estremi, alla stella attorno alla quale è nata.
Una civiltà, molti mondi
C’è poi un secondo elemento ancora più intrigante. La vita nasce presumibilmente su un pianeta o in un ambiente adatto alla biologia. La tecnologia, una volta sviluppata, può spostarsi.
La nostra stessa specie offre un semplice esempio. La Luna non possiede una biosfera terrestre, ma è già disseminata di oggetti costruiti dall’uomo. Se un giorno vi sorgessero basi permanenti, centrali energetiche e infrastrutture, il satellite avrebbe una vera e propria “tecnosfera” pur continuando a non avere una biosfera autonoma.
Una civiltà molto più antica della nostra potrebbe aver fatto qualcosa di simile su scala enormemente maggiore, espandendosi verso pianeti, lune, asteroidi o altri sistemi stellari. Una sola origine biologica potrebbe così generare moltissimi luoghi contenenti tecnofirme.
Le sonde che si replicano da sole
Spingendo il ragionamento ancora oltre, gli studiosi ricordano la possibilità teorica delle sonde autoreplicanti, spesso chiamate sonde di von Neumann. Si tratterebbe di macchine capaci di raggiungere un altro sistema stellare, utilizzare le risorse disponibili per costruire copie di se stesse e inviarle verso altre stelle.
Non sappiamo se una tecnologia simile sia realmente realizzabile su scala interstellare, tantomeno se qualcuno l’abbia mai costruita. Ma il concetto dimostra un punto importante: una tecnologia avanzata non sarebbe necessariamente confinata al pianeta in cui è nata. Potrebbe teoricamente diffondersi molto più lontano della biosfera originaria e continuare a esistere anche dopo la scomparsa dei suoi creatori.
E una tecnofirma non avrebbe neppure bisogno di trovarsi su un pianeta. Una gigantesca struttura orbitale, un satellite artificiale o una sonda interstellare sarebbero segnali tecnologici indipendenti dall’esistenza di una superficie abitabile.
Segnali forse più facili da riconoscere
Esiste infine il problema della rilevabilità. Trovare una biosignature inequivocabile è estremamente difficile. La presenza di un determinato gas nell’atmosfera di un esopianeta può sembrare indicativa di attività biologica, ma prima di invocare la vita devono essere escluse tutte le possibili spiegazioni geologiche, chimiche o atmosferiche.
Una tecnofirma sufficientemente evidente potrebbe invece essere molto più difficile da spiegare attraverso un fenomeno naturale. Un segnale radio con determinate caratteristiche, per esempio, o una manifestazione energetica chiaramente artificiale potrebbe offrire indizi decisamente più netti. Wright e colleghi sottolineano proprio come le tecnofirme possano, almeno in alcuni casi, essere più rilevabili e meno ambigue delle biosignature.
Naturalmente questo non significa che ogni misterioso segnale proveniente dallo spazio sia opera degli alieni. La storia dell’astronomia è piena di fenomeni apparentemente inspiegabili che hanno poi trovato una causa naturale. La ricerca scientifica richiede proprio di escludere sistematicamente queste alternative prima di parlare di tecnologia extraterrestre.
Non abbiamo trovato gli alieni
È quindi importante chiarire ciò che lo studio non dice. Gli astronomi non hanno scoperto una civiltà extraterrestre, né una sonda aliena o una gigantesca struttura artificiale. Si tratta di un lavoro teorico che cerca di stabilire dove e che cosa dovremmo cercare.
Il messaggio degli autori è piuttosto quello di non concentrare tutta l’astrobiologia esclusivamente sui pianeti potenzialmente abitabili e sulle tracce della vita elementare. Se una civiltà tecnologica può espandersi oltre il proprio mondo, lasciare oggetti dietro di sé e produrre segnali osservabili per periodi lunghissimi, allora il suo “impatto astronomico” potrebbe essere enormemente superiore a quello della biosfera dalla quale è nata.
Il paradosso è affascinante: la vita intelligente potrebbe essere immensamente più rara della vita microscopica e, nello stesso tempo, risultare più facile da scoprire.
Potremmo quindi trascorrere anni cercando ossigeno e metano nelle atmosfere di mondi lontani e scoprire che la prima prova dell’esistenza di un’altra vita nella Via Lattea non sarà un microbo né una foresta extraterrestre. Potrebbe essere qualcosa che quella vita ha costruito.
E, forse, qualcosa che continua a viaggiare tra le stelle molto tempo dopo che i suoi costruttori sono scomparsi.
Stefano Camilloni


