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Segnali alieni, forse stiamo ascoltando sulla frequenza sbagliata

Una ricerca condotta con il radiotelescopio ALMA apre una nuova frontiera per il SETI: le eventuali comunicazioni extraterrestri potrebbero nascondersi nelle bande millimetriche e submillimetriche, finora quasi inesplorate

Da decenni gli astronomi cercano possibili segnali provenienti da civiltà extraterrestri concentrandosi soprattutto su una porzione relativamente ristretta dello spettro radio. Ma se stessimo semplicemente ascoltando il canale sbagliato?

È la domanda alla base del lavoro presentato al National Astronomy Meeting 2026 della Royal Astronomical Society da Louisa Mason, ricercatrice dell’Università di Manchester. Lo studio suggerisce di estendere le ricerche SETI – Search for Extraterrestrial Intelligence – verso frequenze molto più elevate, sfruttando strumenti come l’Atacama Large Millimeter/submillimeter Array, meglio conosciuto come ALMA.

Situato sull’altopiano di Chajnantor, nel deserto cileno di Atacama, ALMA è formato da decine di antenne che lavorano insieme come un unico gigantesco radiotelescopio. La sua posizione, a oltre cinquemila metri di altitudine, permette di osservare l’Universo nelle lunghezze d’onda millimetriche e submillimetriche, difficili da studiare a causa dell’assorbimento prodotto dal vapore acqueo presente nell’atmosfera terrestre.

Finora ALMA è stato utilizzato principalmente per indagare la nascita delle stelle e dei pianeti, la composizione delle nubi interstellari e l’evoluzione delle galassie. Mason e i suoi collaboratori hanno invece dimostrato che i dati raccolti dal telescopio possono essere impiegati anche per cercare eventuali “tecnofirme”, cioè segnali riconducibili all’attività di una civiltà tecnologicamente avanzata.

Oltre il “buco dell’acqua”

Le tradizionali ricerche radio SETI si sono concentrate soprattutto tra 1,42 e 1,66 gigahertz. Questa regione dello spettro è conosciuta come “water hole”, il “buco dell’acqua”, perché si trova tra le frequenze naturali associate all’idrogeno e al radicale ossidrile. Dalla loro unione si forma l’acqua, considerata un ingrediente fondamentale per la vita così come la conosciamo.

L’idea è che una civiltà extraterrestre potrebbe riconoscere il valore universale di queste frequenze e sceglierle come punto d’incontro per le comunicazioni interstellari. Si tratta, tuttavia, di un’ipotesi costruita partendo dalla nostra conoscenza della chimica e dalla nostra idea di tecnologia.

Non esiste alcuna certezza che un’altra intelligenza sceglierebbe lo stesso canale. Una civiltà avanzata potrebbe trasmettere a frequenze molto più alte, comprese quelle comprese nelle bande millimetriche e submillimetriche, rimaste finora quasi completamente escluse dalle grandi campagne SETI.

Queste frequenze presentano anche alcuni potenziali vantaggi. Sono meno disturbate dalle interferenze radio prodotte dalle attività umane e risentono in misura minore degli effetti del gas ionizzato presente nello spazio interstellare. Eventuali segnali artificiali molto stretti potrebbero quindi conservare meglio le proprie caratteristiche durante il viaggio attraverso la Galassia.

La prima ricerca SETI con ALMA

Il gruppo ha analizzato quattro osservazioni già presenti negli archivi di ALMA, originariamente raccolte per scopi astronomici diversi. Non è stato quindi necessario puntare nuovamente le antenne verso il cielo: gli scienziati hanno riesaminato dati esistenti, cercando al loro interno segnali radio a banda stretta.

Questo tipo di emissione è particolarmente interessante perché molti fenomeni naturali producono segnali distribuiti su intervalli relativamente ampi di frequenze. Una trasmissione confinata in una banda estremamente ridotta potrebbe invece indicare un’origine tecnologica, anche se sarebbe comunque necessario escludere interferenze terrestri o strumentali.

La ricerca si è concentrata su due piccole finestre della Banda 3 di ALMA, centrate intorno a 90,6 e 93,2 gigahertz. Nell’analisi non sono emerse tecnofirme considerate credibili al di sopra delle soglie di sensibilità dello studio.

Il risultato negativo non permette però di trarre conclusioni generali sulla presenza di vita intelligente. Sono state esaminate soltanto poche osservazioni e una frazione minuscola delle frequenze accessibili ad ALMA. In altre parole, è come aver ascoltato per pochi istanti soltanto due canali di una radio capace di sintonizzarsi su migliaia di stazioni.

Milioni di stelle nascoste nei dati

La ricerca mette in luce anche un altro aspetto importante: quando un radiotelescopio viene puntato verso un determinato oggetto, nel suo campo visivo possono trovarsi numerose altre stelle. Questi bersagli involontari costituiscono una sorta di “cattura stellare accidentale”, indicata dagli astronomi con l’espressione stellar bycatch.

Normalmente il numero di stelle comprese in un’osservazione viene calcolato utilizzando cataloghi come quello della missione europea Gaia. Questi archivi, per quanto straordinariamente dettagliati, non contengono però ogni singola stella della Via Lattea: gli oggetti troppo lontani, deboli o oscurati dalla polvere possono sfuggire alla rilevazione.

Mason ha quindi utilizzato il Besançon Galactic Model, un modello capace di simulare la distribuzione delle diverse popolazioni stellari della Galassia. Applicando questo sistema a una precedente indagine SETI composta da 1.327 puntamenti, il numero stimato di stelle effettivamente comprese nelle osservazioni è passato da circa 288 mila, identificate attraverso Gaia, a oltre 6,1 milioni.

Ciò significa che alcune ricerche SETI potrebbero aver osservato indirettamente un numero di sistemi stellari molto superiore a quanto inizialmente calcolato. Allo stesso tempo, l’impiego dei modelli galattici permette di stabilire con maggiore precisione quali regioni e quali tipi di stelle siano già stati esplorati.

Un nuovo spazio da esplorare

Il lavoro non annuncia quindi la scoperta di un segnale alieno, ma amplia il territorio nel quale cercarlo. ALMA offre una copertura che si estende approssimativamente da 35 a 950 gigahertz, gran parte della quale non è mai stata studiata sistematicamente alla ricerca di tecnofirme.

Gli archivi del telescopio contengono inoltre enormi quantità di osservazioni già disponibili. Analizzarle con programmi progettati per riconoscere segnali artificiali permetterebbe di condurre nuove campagne SETI senza sottrarre necessariamente tempo alle normali attività astronomiche.

La ricerca di intelligenze extraterrestri resta un problema immenso: occorre scegliere dove guardare, quali frequenze ascoltare, per quanto tempo osservare e quale tipo di segnale cercare. Il nuovo studio ricorda però che il silenzio registrato finora non equivale all’assenza di altre civiltà.

Potrebbe significare soltanto che abbiamo esplorato una porzione infinitesimale della Galassia e dello spettro elettromagnetico. Se qualcuno sta trasmettendo, forse il messaggio non si trova nel tradizionale “buco dell’acqua”, ma su un canale radio che abbiamo appena cominciato ad ascoltare.

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