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Scoperta la prima prova di un planetesimo ricco d’acqua divorato da una stella morente

Immaginate una scena del crimine nello spazio profondo. Non ci sono detective in impermeabile né lampade al neon, ma un cadavere celeste e le sue tracce chimiche impresse nella luce stellare. Ogni volta che un corpo roccioso o ghiacciato si avvicina troppo a una nana bianca – il denso residuo di una stella morente – viene ridotto in frammenti e infine inghiottito. Quei frammenti lasciano un’impronta indelebile nella sua atmosfera, una sorta di referto autoptico cosmico che gli astronomi sanno leggere.

Ed è proprio così che un team internazionale di ricercatori guidato dall’Università di Warwick ha fatto una scoperta straordinaria: la nana bianca WD 1647+375 sta divorando i resti di un mondo ghiacciato ricco d’acqua e azoto, qualcosa che potrebbe ricordare un lontano sosia di Plutone.

La firma chimica di un mondo perduto

Di solito l’atmosfera di una nana bianca è quasi “pura”, fatta solo di idrogeno o elio. Eppure, osservazioni condotte con la spettroscopia ultravioletta del telescopio spaziale Hubble hanno mostrato qualcosa di anomalo: tracce di carbonio, zolfo, ossigeno e soprattutto azoto in quantità mai viste prima.

L’abbondanza rilevata era impressionante: circa il 5% della massa del materiale inglobato, un record assoluto per una nana bianca. L’azoto, un elemento volatile, è la firma tipica di corpi ghiacciati e la sua presenza suggerisce che ciò che veniva consumato non fosse una semplice roccia spaziale, ma un oggetto ricco d’acqua e ghiaccio.

Gli scienziati hanno calcolato che il planetesimo conteneva fino al 64% di acqua, e che la stella lo stesse assimilando a un ritmo vertiginoso: circa 200.000 chilogrammi al secondo, ovvero l’equivalente del peso di una balenottera azzurra adulta che scompare in un battito di ciglia… e questo per almeno tredici anni consecutivi.

Un sosia di plutone in un altro sistema solare

Quanto era grande questa vittima cosmica? I dati indicano una dimensione minima di qualche chilometro, come una cometa, ma la durata del processo di accrescimento fa pensare a qualcosa di molto più massiccio: forse un corpo di 50 chilometri di diametro, con una massa vicina a un quintilione di chilogrammi.

La sua composizione ricca di ghiacci e la sproporzione tra volatili e rocce (2,5 volte quella tipica degli oggetti della Fascia di Kuiper) ricordano più un pianeta nano simile a Plutone che non una cometa. Forse si trattava di un frammento staccato dalla crosta o dal mantello ghiacciato di un mondo più grande, distrutto dalle maree gravitazionali della stella morente.

I mattoni della vita, ovunque

Questa è la prima volta che una nana bianca con atmosfera di idrogeno viene vista “banchettare” con un planetesimo composto quasi interamente da ghiaccio. Il messaggio che ne deriva è potente: i mondi ghiacciati non sono un’esclusiva del nostro Sistema solare.

Che questo corpo fosse nato nel suo sistema originario o fosse un viaggiatore catturato dallo spazio interstellare, poco importa. Ciò che conta è che portava con sé acqua e composti volatili, gli stessi ingredienti che sulla Terra hanno favorito l’emergere della vita.

Come un detective che ricostruisce una storia da poche tracce, gli astronomi ci mostrano che l’universo è disseminato di indizi. E ogni volta che un mondo ghiacciato viene divorato da una stella, quelle tracce ci ricordano che i semi della vita potrebbero essere molto più diffusi, e molto più vicini, di quanto immaginiamo.

Stefano Camilloni

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