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Galassie minuscole e buchi neri giganti: il mistero dei Little Red Dots

Sembrano minuscoli punti rossastri nelle immagini del James Webb Space Telescope, ma potrebbero essere il segnale di una fase cruciale nella nascita delle prime galassie e dei buchi neri supermassicci. Un nuovo studio pubblicato su Nature Astronomy ha infatti individuato, attorno ai cosiddetti “Little Red Dots”, una debole componente stellare finora quasi invisibile.

Da quando il James Webb Space Telescope ha iniziato a scrutare l’Universo primordiale, una particolare categoria di oggetti ha attirato l’attenzione degli astronomi: i Little Red Dots, letteralmente “piccoli punti rossi”. Sono sorgenti estremamente compatte, molto lontane e caratterizzate da una luce fortemente arrossata, osservate quando il cosmo aveva meno di un miliardo di anni.

La loro natura è diventata rapidamente uno dei grandi enigmi dell’astronomia moderna. Sono giovani galassie estremamente dense? Buchi neri in rapida crescita? Oggetti completamente nuovi? Oppure una combinazione di più fenomeni?

Una nuova ricerca potrebbe ora fornire una parte importante della risposta. Analizzando le osservazioni del James Webb, un gruppo internazionale di astronomi guidato da Yiyang Zhang, Xuheng Ding e Lilan Yang ha trovato indizi secondo cui molti Little Red Dots sarebbero immersi all’interno di piccole galassie estremamente compatte e ricche di stelle. Lo studio è stato pubblicato il 24 agosto 2026 su Nature Astronomy.

Duecentodiciassette puntini messi insieme

Il problema principale è che questi oggetti sono talmente lontani e piccoli che, osservandoli singolarmente, Webb li vede spesso quasi come semplici punti luminosi.

I ricercatori hanno quindi utilizzato una tecnica chiamata image stacking: invece di studiare ogni Little Red Dot separatamente, hanno combinato le immagini di 217 oggetti osservati nell’ambito della grande survey COSMOS-Web.

Sovrapponendo statisticamente molte immagini è possibile far emergere segnali troppo deboli per essere riconosciuti nei singoli oggetti. È un po’ come fotografare ripetutamente qualcosa immerso nell’oscurità e poi combinare gli scatti per aumentare progressivamente il contrasto. Il risultato è stato significativo: nella banda infrarossa F444W della camera NIRCam di Webb è comparsa una debole emissione estesa attorno al nucleo centrale.

In altre parole, almeno statisticamente, i Little Red Dots non sembrano essere semplicemente punti isolati nello spazio. Attorno a loro esiste qualcosa di più grande: probabilmente una popolazione di stelle appartenente a una vera galassia.

Galassie piccolissime ma sorprendentemente massicce

Dai modelli utilizzati per interpretare la luce osservata emerge un quadro sorprendente.

Le galassie associate ai Little Red Dots avrebbero una massa stellare media dell’ordine di un miliardo di masse solari, ma concentrata all’interno di una regione straordinariamente piccola. Il raggio caratteristico misurato è di circa 200-210 parsec, equivalenti a circa 650-685 anni luce.

Per confronto, la Via Lattea possiede un disco con un diametro dell’ordine dei 100.000 anni luce. Non si tratta naturalmente di un confronto diretto – la nostra Galassia è enormemente più massiccia e si trova in uno stadio evolutivo completamente diverso – ma rende immediatamente evidente quanto siano compatte queste strutture primitive.

Secondo lo studio, le galassie che ospitano i Little Red Dots sarebbero circa 2,5 volte più piccole delle normali galassie con formazione stellare aventi una massa simile e osservate nella stessa epoca cosmica.

E al centro potrebbe esserci un buco nero

Resta però da spiegare il vero protagonista: il punto rosso centrale.

Una delle interpretazioni più convincenti è che una parte importante della luminosità dei Little Red Dots non provenga direttamente dalle stelle, ma da buchi neri supermassicci in fase di accrescimento, avvolti da grandi quantità di gas.

Il materiale che cade verso il buco nero si riscalda enormemente prima di oltrepassare l’orizzonte degli eventi, liberando grandi quantità di energia. Gas e polveri circostanti possono inoltre assorbire e modificare questa radiazione, producendo le particolari caratteristiche osservate da Webb.

Il nuovo studio rafforza quindi uno scenario nel quale il Little Red Dot rappresenterebbe principalmente una sorgente centrale estremamente energetica, mentre la debole componente individuata attraverso lo stacking sarebbe la galassia ospite in formazione.

Questo quadro è particolarmente interessante perché potrebbe permettere agli astronomi di osservare direttamente una delle fasi iniziali della relazione fra buchi neri supermassicci e galassie, due strutture che nell’Universo moderno sembrano evolvere in maniera strettamente collegata.

Un Universo giovanissimo e già molto attivo

Le osservazioni riguardano oggetti che, in media, vengono osservati a redshift elevatissimi: nello studio viene indicato un valore caratteristico attorno a z ≈ 6,5. Ciò significa che la luce raccolta oggi dal James Webb è partita quando l’Universo aveva meno di un miliardo di anni. Ed è proprio questo a rendere i Little Red Dots così importanti.

Uno dei risultati più sorprendenti ottenuti da Webb negli ultimi anni è infatti la scoperta di un Universo primordiale apparentemente molto più attivo del previsto, nel quale galassie e buchi neri sembrano essere cresciuti con una velocità impressionante.

Capire cosa siano realmente i Little Red Dots potrebbe quindi aiutare a risolvere anche una questione più ampia: come hanno fatto i primi buchi neri giganti a diventare così massicci in così poco tempo?

Diversi modelli sono ancora in competizione. Alcuni studi li interpretano come buchi neri in fasi eccezionalmente rapide di accrescimento; altri hanno proposto stelle supermassicce o strutture nelle quali un buco nero è completamente avvolto da un enorme involucro di gas. Proprio nell’agosto 2026 altre ricerche hanno mostrato che alcune caratteristiche dei Little Red Dots potrebbero essere compatibili con questi scenari più esotici.

Il mistero non è ancora completamente risolto

Il nuovo risultato rappresenta quindi un passo importante, ma non la parola definitiva.

L’emissione estesa individuata è talmente debole che nella maggior parte dei Little Red Dots non può ancora essere osservata direttamente: emerge soltanto combinando statisticamente centinaia di immagini. Le dimensioni e le masse ricavate descrivono quindi le proprietà medie della popolazione, non necessariamente quelle di ogni singolo oggetto.

Gli stessi autori sottolineano inoltre la necessità di ottenere ulteriori osservazioni spettroscopiche per confermare con maggiore precisione le distanze e le caratteristiche fisiche delle sorgenti. Ma il quadro sta lentamente diventando più chiaro.

Quelli che nelle immagini di Webb sembravano semplicemente minuscoli pixel rossastri potrebbero in realtà essere il cuore luminosissimo di alcune delle prime galassie dell’Universo, sistemi nei quali stelle, gas e buchi neri stavano crescendo simultaneamente a ritmi estremi.

E proprio attraverso questi piccoli punti rossi potremmo riuscire a ricostruire uno dei passaggi fondamentali della storia cosmica: la nascita delle prime galassie e dei giganteschi buchi neri che ancora oggi occupano i loro centri.

Stefano Camilloni

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