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Il più potente radiotelescopio del mondo potrebbe scoprire gli alieni senza aspettare un loro messaggio

Lo Square Kilometre Array rivoluzionerà la ricerca di intelligenze extraterrestri. La sua sensibilità potrebbe permettere di intercettare non solo messaggi inviati deliberatamente verso la Terra, ma anche le deboli emissioni radio prodotte dalle tecnologie di una civiltà lontana.

Per decenni la ricerca di intelligenze extraterrestri si è basata su una domanda relativamente semplice: qualcuno, là fuori, sta cercando di comunicare con noi? I radiotelescopi hanno scandagliato il cielo alla ricerca di segnali stretti, regolari e difficili da spiegare con fenomeni naturali, immaginando che un’eventuale civiltà aliena potesse trasmettere volontariamente un messaggio nella nostra direzione.

Ma questa strategia ha un limite evidente. Presuppone che gli extraterrestri sappiano che esistiamo, vogliano farsi trovare e abbiano deciso di puntare un trasmettitore proprio verso il Sistema solare.

Con lo Square Kilometre Array, o SKA, la situazione potrebbe cambiare radicalmente. Un gruppo internazionale di ricercatori guidato da Chenoa D. Tremblay ha analizzato le possibilità offerte dal nuovo gigantesco osservatorio radioastronomico alla ricerca di tecnofirme, cioè segnali capaci di rivelare la presenza di una tecnologia extraterrestre. Secondo gli autori, la combinazione di sensibilità, ampio campo visivo e risoluzione spaziale dello SKA potrebbe trasformarlo in uno degli strumenti più potenti mai costruiti per il SETI, la ricerca di intelligenze extraterrestri.

Non più soltanto messaggi alieni

La vera rivoluzione consiste nel cambiare ciò che cerchiamo. Una civiltà tecnologica non deve necessariamente inviarci un messaggio per essere individuata. Anche sulla Terra una parte delle nostre attività produce emissioni radio che sfuggono involontariamente nello spazio: telecomunicazioni, radar, reti di comunicazione e altri sistemi tecnologici lasciano una sorta di debole impronta elettromagnetica. Sono le cosiddette leakage radiations, le “fughe” radio.

Lo SKA potrebbe essere abbastanza sensibile da cercare qualcosa di simile attorno ad altri mondi. Secondo le stime discusse nello studio, un’ora di osservazione potrebbe essere sufficiente, nelle condizioni considerate dagli autori, per rilevare da una distanza di circa quattro anni luce emissioni paragonabili a quelle prodotte da una moderna rete di telefonia mobile terrestre. Non significa che lo SKA troverà certamente un pianeta alieno pieno di smartphone, ma mostra quanto sia enorme il salto di sensibilità rispetto alle precedenti ricerche. La differenza è sostanziale. Finora il SETI ha cercato soprattutto l’equivalente cosmico di un faro puntato intenzionalmente verso la Terra. In futuro potremmo provare a scorgere anche le luci lontane di una città che non sa nemmeno di essere osservata.

Due giganteschi radiotelescopi per ascoltare il cosmo

Lo Square Kilometre Array non sarà un singolo enorme disco, ma un sistema di antenne distribuite su grandi distanze e collegate per funzionare come un unico strumento.

Il progetto comprende SKA-Low, in costruzione nell’Australia occidentale e dedicato alle frequenze radio più basse, e SKA-Mid, in Sudafrica, composto da grandi parabole. La costruzione procede per fasi successive: l’obiettivo iniziale prevede centinaia di stazioni radio in Australia e una rete di parabole in Sudafrica integrata con il già operativo radiotelescopio MeerKAT. Nel gennaio 2026 SKA-Mid ha raggiunto un importante traguardo tecnico, combinando per la prima volta con successo i segnali di due delle sue antenne e iniziando così a funzionare come un vero interferometro.

Per il SETI, una delle caratteristiche più importanti sarà la capacità di osservare porzioni molto vaste del cielo con una sensibilità eccezionale. Questo renderà possibile cercare segnali tecnologici senza necessariamente dedicare intere campagne di osservazione alla caccia agli alieni.

Cercare gli alieni mentre si studia altro

Il tempo sui grandi telescopi è una risorsa preziosissima. Gli astronomi competono per ottenere ore di osservazione dedicate a supernovae, galassie, pulsar, buchi neri e molti altri fenomeni cosmici. Sarebbe quindi difficile destinare una parte significativa dell’attività dello SKA esclusivamente al SETI.

La soluzione proposta è quella delle osservazioni “commensali”: mentre il telescopio studia un fenomeno astronomico per una determinata ricerca, una seconda pipeline può analizzare contemporaneamente gli stessi dati alla ricerca di possibili tecnofirme.

In pratica, mentre lo SKA osserva una radiogalassia o monitora un’altra sorgente cosmica, gli algoritmi SETI possono controllare se, nello stesso campo visivo, compare qualcosa di insolito. I candidati più interessanti potranno poi essere confrontati con grandi cataloghi astronomici, come quello della missione Gaia, per verificare la presenza di stelle e sistemi planetari nella direzione del segnale. È una strategia potente perché permette di trasformare una parte enorme delle normali osservazioni astronomiche in una gigantesca ricerca parallela di tecnologia extraterrestre.

Il problema: siamo noi a fare troppo rumore

La difficoltà principale non sarà soltanto trovare un segnale debole. Sarà capire da dove arriva. La Terra è uno dei luoghi più rumorosi dell’Universo dal punto di vista radio. Satelliti, aerei, telefoni, radar e trasmettitori producono continuamente interferenze. Un segnale apparentemente misterioso può rivelarsi molto più banalmente il prodotto di una tecnologia umana.

Per separare il rumore terrestre da una possibile emissione proveniente da un altro sistema stellare, i ricercatori puntano su più strategie. Una delle più importanti sarà l’intelligenza artificiale, utilizzata per riconoscere e classificare le interferenze radio prodotte dalle nostre tecnologie. Lo studio sottolinea tuttavia che il problema non può essere risolto soltanto con un algoritmo: saranno necessari controlli statistici, conoscenze astronomiche e osservazioni a diverse lunghezze d’onda.

Un altro strumento fondamentale potrebbe essere la Very Long Baseline Interferometry, una tecnica che combina osservazioni effettuate da ricevitori molto distanti tra loro. Un’interferenza locale può apparire in modo diverso nei vari strumenti, mentre un vero segnale proveniente da molti anni luce di distanza dovrebbe mostrare caratteristiche coerenti con un’origine astronomica.

Una valanga di dati

La straordinaria sensibilità dello SKA porterà con sé anche un enorme problema informatico. I radiotelescopi moderni raccolgono quantità impressionanti di dati, e la ricerca di tecnofirme richiede spesso un’elevata risoluzione sia nel tempo sia nella frequenza. Conservare tutto indefinitamente sarebbe troppo costoso. Analizzare i dati troppo lentamente, però, potrebbe significare perdere per sempre un segnale interessante.

La sfida sarà quindi costruire sistemi capaci di selezionare rapidamente ciò che merita di essere conservato e studiato. È qui che supercalcolo, elaborazione distribuita e intelligenza artificiale diventeranno parte integrante della ricerca extraterrestre. Gli autori dello studio considerano proprio l’integrazione tra osservazioni ad alta risoluzione, machine learning e confronti con dati raccolti in altre regioni dello spettro elettromagnetico uno degli elementi decisivi della nuova generazione di ricerche SETI.

Anche non trovare nulla sarebbe una scoperta

Lo SKA potrebbe non intercettare alcuna civiltà extraterrestre. Ma anche questo risultato avrebbe un enorme valore scientifico. Se per anni osserveremo milioni di stelle con una sensibilità mai raggiunta prima senza trovare tracce di determinate tecnologie, potremo iniziare a stabilire quanto siano rare. Non sarebbe più corretto dire semplicemente “non abbiamo trovato gli alieni”: potremmo affermare, con limiti quantitativi sempre più precisi, che una certa percentuale di sistemi stellari vicini non ospita civiltà capaci di produrre determinati tipi di emissioni radio.

È questo il cambiamento più profondo promesso dallo Square Kilometre Array. La ricerca di intelligenze extraterrestri potrebbe trasformarsi da una serie di tentativi mirati in una vera esplorazione sistematica delle tecnologie possibili nella nostra regione della Galassia.

Per la prima volta, potremmo non dover aspettare che qualcuno decida di chiamarci. Potrebbe bastare ascoltare abbastanza attentamente.

Stefano Camilloni

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