Una nuova ipotesi rilancia il tema della panspermia “al contrario”: minuscoli granelli di polvere terrestre avrebbero potuto raggiungere il satellite ghiacciato di Giove, trasportando batteri fino al suo oceano sotterraneo
Europa, una delle lune più affascinanti di Giove, è da anni considerata uno dei luoghi più promettenti del Sistema Solare nella ricerca di ambienti potenzialmente abitabili. Sotto la sua crosta di ghiaccio, spessa e attraversata da fratture, si nasconderebbe infatti un vasto oceano di acqua liquida. Proprio lì, al riparo dalla radiazione spaziale e forse in contatto con un fondale roccioso, potrebbero esistere condizioni adatte alla vita.
Una nuova ricerca propone però una possibilità ancora più sorprendente: se un giorno trovassimo tracce biologiche nell’oceano di Europa, queste potrebbero non essere nate lì. Potrebbero, almeno in teoria, avere un’origine terrestre.
L’ipotesi è stata avanzata dall’astrofisico Zaza Osmanov, della Free University of Tbilisi, in Georgia, in uno studio pubblicato sull’International Journal of Astrobiology. Il lavoro affronta un tema noto da tempo in astrobiologia, quello della panspermia, ma lo ribalta in una direzione inattesa. Di solito si immagina che la vita possa essere arrivata sulla Terra dallo spazio, trasportata da meteoriti, comete o polveri interplanetarie. Osmanov si chiede invece se sia possibile il contrario: e se fosse stata la Terra a “seminare” altri mondi?
Secondo i calcoli dello studio, minuscole particelle di polvere, grandi circa un micron, potrebbero essere state espulse dall’atmosfera terrestre nel corso di miliardi di anni. In alcuni casi, collisioni con polveri cosmiche ad alta quota avrebbero potuto imprimere a questi granelli una velocità sufficiente per superare la gravità terrestre. Se al loro interno fossero rimasti intrappolati batteri o forme di vita microscopiche, queste particelle avrebbero potuto iniziare un lungo viaggio nello spazio.
Il passaggio più delicato riguarda la sopravvivenza. Perché un batterio possa restare vitale, non basta che venga trasportato: deve anche evitare temperature troppo alte, radiazioni distruttive e impatti violenti. Osmanov considera particelle estremamente piccole, nelle quali microrganismi delle dimensioni di un batterio potrebbero teoricamente essere contenuti. Il viaggio verso Giove sarebbe dominato da diverse forze: la pressione della radiazione solare, la gravità del pianeta gigante e l’attrito con il tenue mezzo interplanetario.
Una volta arrivate nei pressi di Giove, alcune particelle potrebbero intercettare Europa. Qui entra in gioco un altro elemento cruciale: l’angolo di impatto. Secondo i calcoli, solo i granelli che raggiungono la superficie con un’inclinazione molto bassa, quasi radente, avrebbero una possibilità di non distruggere completamente il materiale biologico che trasportano. La percentuale sarebbe piccola, ma su scale temporali enormi anche probabilità ridotte possono diventare significative.
Lo studio stima che, nell’arco di decine di milioni di anni, Europa potrebbe essere stata raggiunta da un numero enorme di particelle provenienti dalla Terra: dell’ordine di centinaia di miliardi di miliardi. Non significa che la vita terrestre sia davvero arrivata su Europa, né tantomeno che vi abbia prosperato. Significa però che, dal punto di vista fisico, il trasferimento non può essere escluso a priori.
Il secondo grande problema è capire se eventuali batteri depositati sulla superficie ghiacciata di Europa avrebbero potuto raggiungere l’oceano sotterraneo. La superficie della luna è sottoposta a radiazioni intense, capaci di sterilizzare rapidamente il materiale biologico esposto. Tuttavia, Europa non è un corpo statico. La sua crosta di ghiaccio è fratturata, deformata e riscaldata dalle maree gravitazionali generate da Giove. In alcune regioni, il ghiaccio potrebbe aprirsi, fondere parzialmente o permettere il trasporto di materiale verso gli strati più profondi.
È proprio questo scenario a rendere Europa così interessante. Non è soltanto una sfera di ghiaccio: è un mondo dinamico, nel quale la superficie e l’oceano interno potrebbero comunicare, almeno in certi momenti e in certe aree. Se particelle biologiche terrestri fossero finite in zone attive della crosta, avrebbero forse avuto una possibilità di essere inglobate nel ghiaccio e trasportate verso l’acqua liquida sottostante.
La domanda più importante resta però biologica, non solo fisica. Un microrganismo terrestre, ammesso che sopravviva al viaggio e all’impatto, potrebbe davvero adattarsi all’ambiente di Europa? L’oceano della luna gioviana potrebbe avere composizione chimica, pressione, temperatura e disponibilità energetica molto diverse da quelle terrestri. La vita, per come la conosciamo, ha bisogno di acqua liquida, molecole organiche e fonti di energia. Europa potrebbe offrire alcuni di questi ingredienti, ma non sappiamo se in quantità e forme sufficienti.
Per questo l’ipotesi di Osmanov va trattata con cautela. Non è una prova dell’esistenza di vita su Europa e non dimostra che la Terra abbia contaminato il satellite di Giove. È piuttosto un esercizio teorico, basato su modelli fisici, che amplia il modo in cui pensiamo alla diffusione della vita nel Sistema Solare.
Il tema ha anche una conseguenza importante per le future missioni spaziali. Se un giorno una sonda dovesse rilevare molecole biologiche o tracce compatibili con la vita su Europa, gli scienziati dovranno chiedersi non solo se quella vita sia nata lì, ma anche da dove provenga. Potrebbe essere autoctona, cioè sviluppata indipendentemente nell’oceano di Europa. Oppure, in uno scenario più speculativo, potrebbe avere una parentela lontanissima con la vita terrestre.
Le prossime osservazioni saranno decisive. La missione NASA Europa Clipper, lanciata nel 2024 e attesa nel sistema di Giove nel 2030, non atterrerà su Europa e non cercherà direttamente organismi viventi. Il suo obiettivo sarà stabilire se la luna possieda davvero condizioni favorevoli alla vita, studiando la superficie, la composizione del ghiaccio, la profondità dell’oceano e l’interazione tra crosta e ambiente spaziale.
Europa rimane così uno dei grandi laboratori naturali dell’astrobiologia. La sua superficie gelata nasconde domande enormi: può esistere vita lontano dal Sole? Gli oceani sotterranei sono ambienti comuni per la biologia? E la vita, una volta nata su un pianeta, può viaggiare da un mondo all’altro?
L’idea che la Terra possa aver inviato minuscoli messaggeri biologici fino a una luna di Giove sembra quasi fantascienza. Ma la scienza procede spesso proprio così: trasformando possibilità remote in domande misurabili. E, nel caso di Europa, ogni nuova domanda ci avvicina un po’ di più a capire se la vita sia un’eccezione terrestre o una proprietà più diffusa dell’universo.
Stefano Camilloni


